Nonterapia

Get the Flash Player to see the slideshow.

Beautiful Mind

Brandelli d’ombra. Pezze di luce

pezze di luceBRANDELLI D’OMBRA, PEZZE DI  LUCE di Anna Garolini

Da tempo abito le panchine nei viali del parco.

Raccolgo pezzetti di carta, qua e là e me ne riempio le tasche, ogni giorno. Quando vi affondo le mani li posso toccare, posso giocare a riconoscerli, uno ad uno tastarne la forma, il calore e posso stare con ciascuno di loro quanto mi pare, così, come con un pezzo di me.

Sono brandelli di vite che mi passano accanto, a volte senza neppure notarmi, a volte sfiorando appena il mio sguardo.

Un palpito più forte nel petto mi annuncia la loro presenza, da lontano le riconosco,  poi  piano piano le sento avvicinarsi,  le vedo passare, o le intravedo appena, al di là della pioggia leggera, attraverso le frivole gocce dell’acqua nelle fontane. Alcune riesco appena a sentirle, nel suono di un soffio di vento o in un accenno di melodia tra le fronde degli alberi che mi fanno contorno. Altre invece invertono il ruolo e mi osservano, loro,  dai cespugli di rovi,  oltre i quali pochi osano andare.

Ascolto. Osservo. Quando è il caso raccolgo.

Senza fare altro, così, ogni giorno.

Con precisione obbedisco ad ogni tuffo del cuore.

Lavoro al crepuscolo, raramente alle prime luci dell’alba. Le accompagno nel loro passare, le lascio poi proseguire  e raccolgo dietro di loro pezzetti di carta che lasciano cadere, distrattamente, ai quali offro con garbo il rifugio sicuro delle tasche del mio cappotto.

Di giorno intuisco, ricerco, osservo, a loro mi confondo. Il pieno di luce ne delinea  perfettamente i contorni così che richiamano su questi la totale attenzione. La luce allunga e allarga le forme, ma al loro interno non riesco a distinguere suoni, colori, emozioni.

Nel buio della notte si fondono e in essa si annullano. Solo a volte, quando c’è in cielo la luna, si manifestano ancora, ma i più si ritirano la notte, è infatti quello il tempo per il loro lavoro.

Le attendo, mi mescolo a loro, le ascolto e le trattengo se riesco fino al crepuscolo  quando  una luce più tenue  riesce ad affievolirne i contorni e a renderne finalmente manifesta l’essenza. Anch’esse attendono questo tempo, è questo infatti il loro momento di forza. Solo con l’affievolirsi della luce possono sperare di poterla coprire. Così, come delle fiere  in agguato, spingono fuori gli artigli, gonfiano il pelo,  si mostrano appieno e attaccano.

Piccole e grandi ombre. Le stesse mie.

Occhi castani, dentro un contorno di capelli crespi e neri calati a sfiorare appena le spalle. Sorreggono il tronco  fianchi robusti, possenti. Cerca un posto per se, uno spazio da occupare. Disdegna le panchine appartate e solitarie, cerca ammirazione, consenso, partecipazione. Pare dire “guardatemi!”, che a chi toccò a suo tempo il compito primo di farlo, abdicò al suo dovere, condannandola all’impresa infelice di sottrarre ad altri quell’attenzione, scopo, ultimo ed unico,  appartenere per sempre al quel tenero sguardo. Confonde appena, quel misto di forza e dolcezza. Ma è assai  seducente il suo viso così come lo è la sua voce. Se colti non lasciano spazio ad indugi cosicché le si concedono  subito affetto e compagnia, che ne possa godere. Ma se si accorge di essere caduta preda della sua stessa trappola, se pur si lascia sedurre, mai si concede, piuttosto la vedi scappare, portando con sé il rimpianto di quel fugace momento di fiducioso abbandono.

Come in una battaglia tra navi in pieno oceano, all’improvviso, dietro il fischiare assordante di un  razzo, appare una luce che si accompagna a un dolore profondo.

C 9.

Colpita.

Raccolgo.

Veste ora  il corpo di un uomo, non alto, pieno il petto e robuste le gambe e il portamento. Non più crespi ma lisci ora i suoi capelli. Mostra un volto fiero, sicuro. Le labbra si rilasciano a tratti in un lieve sorriso. Porta attenzione ad ogni cosa  intorno, non si concede soste. Sposta foglie morte, allinea rami ingombranti a lato del sentiero, raccoglie e ripone rifiuti nei cestini. Rende tutto perfetto. Sta  nella parte più affollata del parco. In breve molte persone  gli si fanno  intorno,  seguono ogni suo spostamento, imitano i suoi gesti, ripetono le sue parole a gran voce. Più sono più  lui si compiace e si sente al sicuro. E più non pare bastargli. Poco distante una donna, avanti negli anni, di una bellezza profonda, ammaliante, immersa profondamente nella lettura, attira la sua attenzione ma pare non curarsi di lui. Di tanto in tanto gli concede appena uno sguardo fugace ma più forte è l’attrazione per le pagine che tiene in grembo. Ad ogni leggero movimento del suo capo egli si lascia distrarre, cerca il suo sguardo per fissarlo al suo per sempre. Nel vederla, altre persone si interessano a lei, alcune di loro ottengono per più tempo la sua attenzione, alcune  ne rimangono profondamente attratte e poco alla volta, lo lasciano solo. Per ciascuno che da lui si allontana si forma  una bolla dentro il suo petto, così che si sente costretto a gonfiarlo ancora di più, a mostrarne una forza che è solo apparente, mentre dentro di sé si allarga enormemente il vuoto e spinge, fino a sentirsi scoppiare. Trasforma allora la verità in calunnia e ne diffonde le spore, affinché chi ne respira da lei si allontani, chi crede diffidi, chi ama ne resti confuso.  Affila la lingua con la quale  accarezza parole sottili e taglienti che in apparenza  soltanto non possono portare alcun male. Così riconquista il suo pubblico ma ancora una volta perde quella donna. Lei si allontana, verso altre pagine scritte di memorie lontane. Per contrastare il dolore finge indifferenza, e si concede senza riserve  al suo pubblico, ora tutto di donne. Nessuna di loro si sottrae al suo fascino. Si sente adulato, per un po’ si consola nei loro occhi assetati di lui, ma nel profondo  di sé sa che non smetterà mai di cercare una donna che con un libro aperto sul grembo gli sappia raccontare di imprese eroiche, di fiabe e miti e di memorie lontane.

F 7.

Colpita.

Raccolgo.

E’ ormai tempo che mi prepari  alla notte. Sulla panchina ripongo  i preziosi pezzetti di carta, uno ad uno li dispongo con cura a formare un lenzuolo sul quale mi sdraio col viso rivolto al cielo. Una preghiera e  poi entro dentro al  mio corpo. Come sotto l’effetto di una leggera  anestesia lo sento dolcemente svanire.

In breve mi concedo al sonno e al sogno.

La nave si trova lontana ormai dai luoghi della battaglia. Rilascia acqua e sangue dalle ferite dei razzi di fuoco.

Il capitano è una donna. Fiduciosa e fiera contempla il mare che le rimanda le immagini di una bambina, piccola ancora, che disegna e ritaglia pezzetti di carta che parlano di lei. Attraverso di essi riconosce voci, situazioni, emozioni. Rivive storie più o meno sfocate, rivede persone, luoghi, annusa profumi.

Poco lontana da lei, sul ponte di prua,  una donna, adulta oramai, ripara con pezzetti di carta le falle aperte dai razzi.   Prima di saldarli li benedice uno ad uno e benedice attraverso di essi le persone dalle quali li ha avuti. A quel sacro semplice gesto ogni singolo pezzo di carta si trasforma in una pezza di Luce.

Non si sa in quanto tempo ma grazie a loro la nave ha potuto guarire un po’ delle sue ferite e ora può nuovamente cavalcare scintillante le onde possenti del mare.

La  Luce di un faro lontano indica al capitano una nuova rotta da seguire, un invito allettante, fuori dal sogno, alla ricerca di nuovi pezzetti di carta lasciati distrattamente cadere da alcuni passanti presso le panchine, lungo i viali di un parco.

Nessun commento