Nonterapia

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Beautiful Mind

Matrioska

MATRIOSKA
Mi risveglio mutilata da un sogno angoscioso e oppressivo  che mi ha stretto il petto in una morsa d’acciaio inossidabile, temprato dagli elementi e dalla mia paura liquida solidificatasi ora su di me, e ne percepisco tutto il peso sui polmoni, che fanno fatica  e sentono dolore nel prendere e pompare l’aria, e non trovandone abbastanza annaspano nel buio del loro tormento.
Il ricordo del sogno appena vissuto è già svanito, rimane tuttavia il riflesso di un’immagine, la magia di un simbolo, e entrambi sussurrano appena i nomignoli delle cinque bamboline di legno sul mio comodino: mamma Matrioska e le sue  quattro figliolette.
Sono cresciuta in loro compagnia, contemplandole ogni giorno, e ora le cerco con mani e occhi, ma nel buio non le trovo. Trovo invece un’appiccicosa polla di sudore tiepido e acidulo: il mio corpo. La luce che non filtra da fuori mi fa pensare  sia ancora piena notte. Un robusto mantello  nero, abbondante di almeno  due  taglie, m’avvolge quasi fosse una calda coperta di lana. Ma io non lo desidero e fatico a sopportarlo. Non gradisco ora nulla sul mio corpo dato che mi manca l’aria, e vedo il buio e sento il caldo come i miei due peggiori nemici in vita; sembrano propensi a accompagnarmi verso qualcosa che non desidero, che nego, un destino avverso che or ora, con angosciante lentezza, mi si rivela mio malgrado.
Ripenso alla sera precedente ma non individuo in essa le tracce di disagio del mio attuale malessere, se non in un’abbondante cena, neanche troppo peccaminosa, se s’esclude una sontuosa doppia porzione di tiramisù. Eh sì, i dolci sono da sempre il mio tallone d’Achille. Penso che presto o tardi saranno loro a trascinarmi nella tomba.
Ma non ora, non ancora.
Questa stanza è maledettamente buia! Di solito non lo è, non del tutto. Mi sono abituata da alcuni anni a lasciare aperte alcune fessurine delle persiane non del tutto abbassate, in modo tale da lasciarvi penetrare un po’ di luce che mi è di conforto quando mi sveglio. Se un tempo adoravo l’oscurità totale, ora ne ho timore e faccio di tutto per evitarla. Forse avremo già tutta l’eternità per sguazzare nell’oscurità.
La notte scorsa non l’ho fatto, mi sono scordato di aprire le feritoie, oppure anche la luce ora ha deciso di negarsi alla mia già magra esistenza. Sembra che intorno alla mia vita, di questi ultimi tempi, tutto mi venga elemosinato più che offerto, e con estrema parsimonia se non con mera avarizia.
Ho vissuto tempi migliori, non lo nego: è proprio questo desiderio che mi sospinge e mi induce a stringere i denti, sino a che non li sento ridotti in poltiglia. Per fortuna è solo la metafora di una brutta situazione, sgradevole, non potrei sopportare  pure una dentiera.
Presto quei tempi generosi ritorneranno, mi dico, sono grande abbastanza per aver ormai compreso l’esistenza dei corsi e ricorsi storici, avendoli sperimentati sulla mia grassa pelle. Studiarli m’era servito a ben poco, Vico non se ne voglia.
Quando è il buio a divenire insopportabile, o forse il caldo che arde dentro il mio corpo severo e ammutolito, mi decido a cercare la lampada con la mano sinistra. Non la trovo! Ci riprovo più e più volte ma con sempre lo stesso magro esito e allora, finalmente, mi innervosisco. Di quel nervoso di cui talora è pure bello farsi pervadere, sino a che non percepisco tutto il mio corpo come un piccolo e circoscritto campo minato in cui, forse, solo una formica potrebbe sperare di muoversi indenne. Forse. Quella formica io ora l’avverto zampettare allegra sul mio corpo, generosa in ogni dove, ed è solo allora, per scrollarmela di dosso che, con molti stenti, mi decido ad alzarmi.
Avete presente uno di quei momenti storti, ma talmente storpi e malriusciti, per cui nulla, davvero nulla, anche la cosa più semplice, riuscirebbe  a scorrere per il verso giusto.
Mi ci sento appena scivolata, in uno di quei stramaledetti momenti. Appena mi tiro su con la schiena dal letto avverto un dolore sordo poco sopra la fronte, dove ho appena sbattuto contro qualcosa di solido, molto solido, di cui comunque non conosco l’esistenza, e neppure posso appurarla perché non c’è luce per vedere e nemmeno da accendere, per sperare di vedere.
Quel qualcosa, comunque, non avrebbe dovuto essere lì. Non c’è mai stato.
Almeno che non abbia cambiato letto. Forse, anche se non lo ricordo, ieri sera ho dormito da amici, dai miei, da qualche uomo, un nuovo amante. Riprovo a cercare a ritroso qualche traccia che giustifichi questa possibilità. Non ne trovo, né di questa né di qualsiasi altra.
E allora, e per la prima volta, l’angoscia m’assale davvero, afferrandomi alla gola, stringendola come lo striminzito canale di un vecchio imbuto usurato ormai da gettare. Cerco aria annaspando nel buio e mi divincolo, ma ovunque espanda il mio corpo non trovo che un limite solido, legnoso, a trattenerlo, imprigionandolo. Vorrei gridare ma non posso, non riesco, per quanto mi sforzi. Per un attimo, e solo per quello, la luce luminosa di un’idea, la scintilla d’una intuizione improvvisa, schiarisce il buio, abbattendolo. Il regalo che mi consegna non è tuttavia gradito: adesso so esattamente dove mi trovo. Sono in una cassa da morto, ma ancora perfettamente viva. Questo è il peggiore degli incubi possibili, mi dico, da cui non posso che svegliarmi. La gente non muore così, non nel terzo millennio. Adesso mi sveglio …
“Adesso mi sveglio … mi sveglio” continuo a ripetermi come una litania che sembra più propensa a  addormentare che non a svegliare,  ma è di  svegliarmi che ho invece bisogno in questo momento. Un bisogno disperato, che se non soddisfatto mi porterà alla morte. Quando mi mollo il fatidico pizzicotto sulle guance, sperando di ridestarmi, allora riconosco d’ essere giunta all’ultimo stadio e di averle provate tutte, e mi sento persino ridicola, ma ormai importa poco, niente. Forse è la quasi totale mancanza d’aria o forse è l’inedia o la totale sfiducia in quanto mi sta accadendo, non so cosa esattamente, ma quel qualcosa lentamente mi fa scivolare di nuovo nel sonno, annegandomi in esso.
E sogno, ma questa volta so di sognare, perché il mio è solo un sofferto dormiveglia dal quale non riesco a trarmi fuori, e nemmeno so se davvero lo desidero, perché l’alternativa  è tornare laddove sono scappata, e non è affatto piacevole. Meglio, forse, sostare qui soggiacendo alle pene di qualcosa che non è. Lo preferisco alla certezza spiacevole di ciò che davvero è, e che, sinistro, m’attende in agguato non appena il sogno mi restituirà alla realtà.
Se non fossi disperata forse mi masturberei un po’ sul fitto intrigarsi di questi pensieri. È quando allora mi chiedo se non sia magari meglio svegliarmi, tutto considerato, che, quasi per malìa,  mi sveglio davvero. Questa volta ricordo perfettamente la situazione in cui mi trovavo prima d’addormentarmi. Come dimenticarla? Come è possibile scordare di essere stata sepolta viva? Giacere inerme dinanzi alla morte, chiedendoti cosa ti ucciderà prima, se la claustrofobia, l’asfissia o il panico?! Se potessi lo farei,  m’addormenterei una volta per tutte, almeno potrei andarmene senza  la  consapevolezza di ciò che sta avvenendo.
È terribile aver coscienza della propria morte che lenta e inesorabile t’agguanta in un modo tanto atroce. Davvero!
Mi tasto intorno, dappertutto, ma ci sono sempre le sentinelle di legno a impedirmi la fuga. Una fuga che potrebbe ancora salvarmi, ancora per un po’. Tra breve anche quella sarebbe inutile. Troppo tardi!
E allora, in un ultimo impeto di nostalgico attaccamento alla vita, quell’unica che ci è data di vivere, almeno in piena coscienza, mi dimeno, scalcio, m’agito e grido, grido … grido … e mi sveglio!
E per un attimo, un solo attimo, mi dico fortunata di essere uscita illesa da quell’incubo omicida, o forse suicida. Ma è solo un attimo, perché in quello successivo già mi trovo legata mani e piedi, e la bocca imbavagliata. Non posso muovermi, né fare null’altro se non pensare, pensare …
Adesso capisco pure da cosa è stato generato il mio incubo. Non ho fatto altro che trasporre il mio disagio fisico nel sonno, gli stimoli esterni all’interno, così ho potuto continuare a dormire e qualcuno ha potuto legarmi e imbavagliarmi indisturbato, come meglio credeva.
Ma chi? E perché?!
Fuori è ancora notte e solo un fioco bagliore di luce selenica penetra dalle feritoie della tapparella. Un uomo, no anzi, una figura è seduta su di una sedia, nascosta nella penombra. Mi sento spossata. Svuotata d’ogni energia, come se l’incubo da cui  sono uscita l’avesse già consumata tutta prima. A nulla poi è valso svegliarmi per ritrovarmi qui, in queste condizioni appena migliori. Forse.
Quando si rende conto del mio risveglio, solo allora, la sagoma si muove verso di me e, avevo ragione,  è proprio un uomo, come subito ho ipotizzato.
Quel po’ di luce che filtra mi è sufficiente per riconoscerlo: è Fabri!
Il mio ex marito. Ma che diavolo sta succedendo?
Veramente non è ancora il mio ex, siamo solo separati, non divorziati. Sono forse io a essere la sua ex, se quel ghigno cattivo che ha stampato sul grugno, e che non gli ho mai visto se non in rarissime occasioni, finirà presto o tardi per tradursi del tutto in realtà. Per ora si limita a sorridermi come una iena affamata. Non mi parla, non mi tocca. Sorride. E basta. Mentre io rabbrividisco nel buio. Poi, bruscamente, passa all’azione. Mi carica su una sua spalla robusta e mi porta fuori. Un fardello indifeso, privo di volontà. La sua macchina è parcheggiata proprio di fronte. Guardo disperata nella strada: nessun fottuto passante, nessuna curiosa nottambula alla finestra né altro genere d’insonni. Provo ancora a dimenarmi: inutile! Mi mette nel baule senza più indugi. Sa esattamente cosa vuole, e come ottenerla.
Eccomi nuovamente in una bara, sebbene non di legno.
Ma perché mi sta facendo questo?!
Se tra di noi più di una cosa non ha funzionato non è stata interamente colpa mia. No, non dev’essere questo. Piuttosto qualcosa che riguarda la spartizione del nostro patrimonio. Perché dividersi la torta quando può essere tutta sua?! Questo dev’essere, certo. È sempre stato uno squattrinato truffaldino, ingordo, esoso, ma non lo credevo capace anche di questo.
Non c’è aria nel cofano e i sobbalzi sono dolorosi, ma forse dopo andrà anche peggio, quando la macchina si fermerà.
Quando la macchina si fermerà …
Ecco, la macchina ora è ferma. È ferma!
Non posso più rinviare quest’appuntamento indesiderato. Vengo presa come una fredda carcassa e sbattuta sulla nuda terra. Presumo che faccia freddo: vedo una piccola nube d’aria calda entrare e fuoriuscire dagli orifizi centrali della sua maschera tagliente e affilata. Tuttavia io non lo sento, nonostante sia quasi svestita. Il mio corpo è intorpidito, come addormentato. Già arreso.
Riconosco il posto: è la sua casa di campagna. Ben distante dalla casa, ma ancora nella sua proprietà, quasi al limite, incomincia con un piccone a fare un buco profondo nel terreno umido, e quando, dopo una mezz’ora, si fa abbastanza fondo, si prodiga generoso nell’allargarlo con un badile. Il mio cuore, sino a quel momento topico sobrio e contenuto, comincia a martellarmi con stantuffi possenti ma disarmonici. So esattamente cosa sta facendo; non avrei bisogno che mi ci scaraventi dentro, come fa appena pronta, per capirlo. Urlo. Scalcio, ma senza risultati. In breve mi ritrovo sommersa di terra, avvolta in un grande sacco nero dell’immondizia, quasi morta per due volte nella stessa sera, e nello stesso modo, ma questa volta è sul serio.
Fabri sa che a causa della mia claustrofobia presto collasserò. Provo a svegliarmi come mi è riuscito di fare prima. Mi sforzo. Mi sforzo. Non è cosa, non questa volta. Non ancora. È troppo presto. Ci riesce invece la sveglia, dopo forse un periodo di sonno senza sogno, quasi una morte apparente. Molto meglio, quando si fanno di questi sogni: incubi mostruosi.
Il trillo della sveglia è implacabile: quando è ora ti riporta alla realtà, bella o triste che sia. Questa volta mi va di lusso. Un raggio di sole penetra gaio dalla finestra, e mi sorride. Così almeno mi sembra. Ma è facile immaginarlo non appena riesumata dai soliti maledetti incubi claustrofobici.
È bello tornare alla vita, mi dico. Stiracchiandomi ben bene trovo con il braccio destro il corpo di mio marito. Fabrizio non ha lo sguardo grottesco di questa notte, e subito me ne rallegro. Ieri abbiamo passato una giornataccia, quasi tutta a litigare. Tra di noi qualcosa non va più come dovrebbe, e sembra proprio una situazione irreversibile. La nostra separazione è inevitabile e prossima.
In questo momento, tuttavia, sono ancora troppo turbata per pensare che divenga il mio ex marito. Dopotutto, potrebbe essere pericoloso.
Con la mano sinistra cerco la solita lampada sul comodino: non la trovo!
Non ci sono nemmeno mamma Matrioska e le sue  quattro figlie di legno. Non le ho mai spostate da quel comodino. Ormai è a loro comoda casa di legno.
A loro posto c’è invece un piatto con gli avanzi del tiramisù. Lo scosto nauseata.
Ma dov’è la lampada?!
E la Matrioska?!
Malgrado tutto potrebbe non essere ancora l’ora di alzarmi. Non ancora ! mi dico. Ci può essere ancora spazio per un altro sogno. E non ho bisogno della luce per trovarlo. Sebbene lei, e lei soltanto potrà liberarmi dall’ombra dell’illusione: la luce.
Se non è già troppo tardi.
Forse il nuovo sogno mi restituirà alle cinque amichette di legno smarrite. E poi debbo ancora incontrare la più piccola. Chissà cosa mi riserverà?
Senza di loro mi sento davvero sola.
Persa.
Morta!

imagesMATRIOSKA di Gianfranco Santiglia

Mi risveglio mutilata da un sogno angoscioso e oppressivo  che mi ha stretto il petto in una morsa d’acciaio inossidabile, temprato dagli elementi e dalla mia paura liquida solidificatasi ora su di me, e ne percepisco tutto il peso sui polmoni, che fanno fatica  e sentono dolore nel prendere e pompare l’aria, e non trovandone abbastanza annaspano nel buio del loro tormento.

Il ricordo del sogno appena vissuto è già svanito, rimane tuttavia il riflesso di un’immagine, la magia di un simbolo, e entrambi sussurrano appena i nomignoli delle cinque bamboline di legno sul mio comodino: mamma Matrioska e le sue  quattro figliolette.

Sono cresciuta in loro compagnia, contemplandole ogni giorno, e ora le cerco con mani e occhi, ma nel buio non le trovo. Trovo invece un’appiccicosa polla di sudore tiepido e acidulo: il mio corpo. La luce che non filtra da fuori mi fa pensare  sia ancora piena notte. Un robusto mantello  nero, abbondante di almeno  due  taglie, m’avvolge quasi fosse una calda coperta di lana. Ma io non lo desidero e fatico a sopportarlo. Non gradisco ora nulla sul mio corpo dato che mi manca l’aria, e vedo il buio e sento il caldo come i miei due peggiori nemici in vita; sembrano propensi a accompagnarmi verso qualcosa che non desidero, che nego, un destino avverso che or ora, con angosciante lentezza, mi si rivela mio malgrado.

Ripenso alla sera precedente ma non individuo in essa le tracce di disagio del mio attuale malessere, se non in un’abbondante cena, neanche troppo peccaminosa, se s’esclude una sontuosa doppia porzione di tiramisù. Eh sì, i dolci sono da sempre il mio tallone d’Achille. Penso che presto o tardi saranno loro a trascinarmi nella tomba.

Ma non ora, non ancora.

Questa stanza è maledettamente buia! Di solito non lo è, non del tutto. Mi sono abituata da alcuni anni a lasciare aperte alcune fessurine delle persiane non del tutto abbassate, in modo tale da lasciarvi penetrare un po’ di luce che mi è di conforto quando mi sveglio. Se un tempo adoravo l’oscurità totale, ora ne ho timore e faccio di tutto per evitarla. Forse avremo già tutta l’eternità per sguazzare nell’oscurità.

La notte scorsa non l’ho fatto, mi sono scordato di aprire le feritoie, oppure anche la luce ora ha deciso di negarsi alla mia già magra esistenza. Sembra che intorno alla mia vita, di questi ultimi tempi, tutto mi venga elemosinato più che offerto, e con estrema parsimonia se non con mera avarizia.

Ho vissuto tempi migliori, non lo nego: è proprio questo desiderio che mi sospinge e mi induce a stringere i denti, sino a che non li sento ridotti in poltiglia. Per fortuna è solo la metafora di una brutta situazione, sgradevole, non potrei sopportare  pure una dentiera.

Presto quei tempi generosi ritorneranno, mi dico, sono grande abbastanza per aver ormai compreso l’esistenza dei corsi e ricorsi storici, avendoli sperimentati sulla mia grassa pelle. Studiarli m’era servito a ben poco, Vico non se ne voglia.

Quando è il buio a divenire insopportabile, o forse il caldo che arde dentro il mio corpo severo e ammutolito, mi decido a cercare la lampada con la mano sinistra. Non la trovo! Ci riprovo più e più volte ma con sempre lo stesso magro esito e allora, finalmente, mi innervosisco. Di quel nervoso di cui talora è pure bello farsi pervadere, sino a che non percepisco tutto il mio corpo come un piccolo e circoscritto campo minato in cui, forse, solo una formica potrebbe sperare di muoversi indenne. Forse. Quella formica io ora l’avverto zampettare allegra sul mio corpo, generosa in ogni dove, ed è solo allora, per scrollarmela di dosso che, con molti stenti, mi decido ad alzarmi.

Avete presente uno di quei momenti storti, ma talmente storpi e malriusciti, per cui nulla, davvero nulla, anche la cosa più semplice, riuscirebbe  a scorrere per il verso giusto.

Mi ci sento appena scivolata, in uno di quei stramaledetti momenti. Appena mi tiro su con la schiena dal letto avverto un dolore sordo poco sopra la fronte, dove ho appena sbattuto contro qualcosa di solido, molto solido, di cui comunque non conosco l’esistenza, e neppure posso appurarla perché non c’è luce per vedere e nemmeno da accendere, per sperare di vedere.

Quel qualcosa, comunque, non avrebbe dovuto essere lì. Non c’è mai stato.

Almeno che non abbia cambiato letto. Forse, anche se non lo ricordo, ieri sera ho dormito da amici, dai miei, da qualche uomo, un nuovo amante. Riprovo a cercare a ritroso qualche traccia che giustifichi questa possibilità. Non ne trovo, né di questa né di qualsiasi altra.

E allora, e per la prima volta, l’angoscia m’assale davvero, afferrandomi alla gola, stringendola come lo striminzito canale di un vecchio imbuto usurato ormai da gettare. Cerco aria annaspando nel buio e mi divincolo, ma ovunque espanda il mio corpo non trovo che un limite solido, legnoso, a trattenerlo, imprigionandolo. Vorrei gridare ma non posso, non riesco, per quanto mi sforzi. Per un attimo, e solo per quello, la luce luminosa di un’idea, la scintilla d’una intuizione improvvisa, schiarisce il buio, abbattendolo. Il regalo che mi consegna non è tuttavia gradito: adesso so esattamente dove mi trovo. Sono in una cassa da morto, ma ancora perfettamente viva. Questo è il peggiore degli incubi possibili, mi dico, da cui non posso che svegliarmi. La gente non muore così, non nel terzo millennio. Adesso mi sveglio …

“Adesso mi sveglio … mi sveglio” continuo a ripetermi come una litania che sembra più propensa a  addormentare che non a svegliare,  ma è di  svegliarmi che ho invece bisogno in questo momento. Un bisogno disperato, che se non soddisfatto mi porterà alla morte. Quando mi mollo il fatidico pizzicotto sulle guance, sperando di ridestarmi, allora riconosco d’ essere giunta all’ultimo stadio e di averle provate tutte, e mi sento persino ridicola, ma ormai importa poco, niente. Forse è la quasi totale mancanza d’aria o forse è l’inedia o la totale sfiducia in quanto mi sta accadendo, non so cosa esattamente, ma quel qualcosa lentamente mi fa scivolare di nuovo nel sonno, annegandomi in esso.

E sogno, ma questa volta so di sognare, perché il mio è solo un sofferto dormiveglia dal quale non riesco a trarmi fuori, e nemmeno so se davvero lo desidero, perché l’alternativa  è tornare laddove sono scappata, e non è affatto piacevole. Meglio, forse, sostare qui soggiacendo alle pene di qualcosa che non è. Lo preferisco alla certezza spiacevole di ciò che davvero è, e che, sinistro, m’attende in agguato non appena il sogno mi restituirà alla realtà.

Se non fossi disperata forse mi masturberei un po’ sul fitto intrigarsi di questi pensieri. È quando allora mi chiedo se non sia magari meglio svegliarmi, tutto considerato, che, quasi per malìa,  mi sveglio davvero. Questa volta ricordo perfettamente la situazione in cui mi trovavo prima d’addormentarmi. Come dimenticarla? Come è possibile scordare di essere stata sepolta viva? Giacere inerme dinanzi alla morte, chiedendoti cosa ti ucciderà prima, se la claustrofobia, l’asfissia o il panico?! Se potessi lo farei,  m’addormenterei una volta per tutte, almeno potrei andarmene senza  la  consapevolezza di ciò che sta avvenendo.

È terribile aver coscienza della propria morte che lenta e inesorabile t’agguanta in un modo tanto atroce. Davvero!

Mi tasto intorno, dappertutto, ma ci sono sempre le sentinelle di legno a impedirmi la fuga. Una fuga che potrebbe ancora salvarmi, ancora per un po’. Tra breve anche quella sarebbe inutile. Troppo tardi!

E allora, in un ultimo impeto di nostalgico attaccamento alla vita, quell’unica che ci è data di vivere, almeno in piena coscienza, mi dimeno, scalcio, m’agito e grido, grido … grido … e mi sveglio!

E per un attimo, un solo attimo, mi dico fortunata di essere uscita illesa da quell’incubo omicida, o forse suicida. Ma è solo un attimo, perché in quello successivo già mi trovo legata mani e piedi, e la bocca imbavagliata. Non posso muovermi, né fare null’altro se non pensare, pensare …

Adesso capisco pure da cosa è stato generato il mio incubo. Non ho fatto altro che trasporre il mio disagio fisico nel sonno, gli stimoli esterni all’interno, così ho potuto continuare a dormire e qualcuno ha potuto legarmi e imbavagliarmi indisturbato, come meglio credeva.

Ma chi? E perché?!

Fuori è ancora notte e solo un fioco bagliore di luce selenica penetra dalle feritoie della tapparella. Un uomo, no anzi, una figura è seduta su di una sedia, nascosta nella penombra. Mi sento spossata. Svuotata d’ogni energia, come se l’incubo da cui  sono uscita l’avesse già consumata tutta prima. A nulla poi è valso svegliarmi per ritrovarmi qui, in queste condizioni appena migliori. Forse.

Quando si rende conto del mio risveglio, solo allora, la sagoma si muove verso di me e, avevo ragione,  è proprio un uomo, come subito ho ipotizzato.

Quel po’ di luce che filtra mi è sufficiente per riconoscerlo: è Fabri!

Il mio ex marito. Ma che diavolo sta succedendo?

Veramente non è ancora il mio ex, siamo solo separati, non divorziati. Sono forse io a essere la sua ex, se quel ghigno cattivo che ha stampato sul grugno, e che non gli ho mai visto se non in rarissime occasioni, finirà presto o tardi per tradursi del tutto in realtà. Per ora si limita a sorridermi come una iena affamata. Non mi parla, non mi tocca. Sorride. E basta. Mentre io rabbrividisco nel buio. Poi, bruscamente, passa all’azione. Mi carica su una sua spalla robusta e mi porta fuori. Un fardello indifeso, privo di volontà. La sua macchina è parcheggiata proprio di fronte. Guardo disperata nella strada: nessun fottuto passante, nessuna curiosa nottambula alla finestra né altro genere d’insonni. Provo ancora a dimenarmi: inutile! Mi mette nel baule senza più indugi. Sa esattamente cosa vuole, e come ottenerla.

Eccomi nuovamente in una bara, sebbene non di legno.

Ma perché mi sta facendo questo?!

Se tra di noi più di una cosa non ha funzionato non è stata interamente colpa mia. No, non dev’essere questo. Piuttosto qualcosa che riguarda la spartizione del nostro patrimonio. Perché dividersi la torta quando può essere tutta sua?! Questo dev’essere, certo. È sempre stato uno squattrinato truffaldino, ingordo, esoso, ma non lo credevo capace anche di questo.

Non c’è aria nel cofano e i sobbalzi sono dolorosi, ma forse dopo andrà anche peggio, quando la macchina si fermerà.

Quando la macchina si fermerà …

Ecco, la macchina ora è ferma. È ferma!

Non posso più rinviare quest’appuntamento indesiderato. Vengo presa come una fredda carcassa e sbattuta sulla nuda terra. Presumo che faccia freddo: vedo una piccola nube d’aria calda entrare e fuoriuscire dagli orifizi centrali della sua maschera tagliente e affilata. Tuttavia io non lo sento, nonostante sia quasi svestita. Il mio corpo è intorpidito, come addormentato. Già arreso.

Riconosco il posto: è la sua casa di campagna. Ben distante dalla casa, ma ancora nella sua proprietà, quasi al limite, incomincia con un piccone a fare un buco profondo nel terreno umido, e quando, dopo una mezz’ora, si fa abbastanza fondo, si prodiga generoso nell’allargarlo con un badile. Il mio cuore, sino a quel momento topico sobrio e contenuto, comincia a martellarmi con stantuffi possenti ma disarmonici. So esattamente cosa sta facendo; non avrei bisogno che mi ci scaraventi dentro, come fa appena pronta, per capirlo. Urlo. Scalcio, ma senza risultati. In breve mi ritrovo sommersa di terra, avvolta in un grande sacco nero dell’immondizia, quasi morta per due volte nella stessa sera, e nello stesso modo, ma questa volta è sul serio.

Fabri sa che a causa della mia claustrofobia presto collasserò. Provo a svegliarmi come mi è riuscito di fare prima. Mi sforzo. Mi sforzo. Non è cosa, non questa volta. Non ancora. È troppo presto. Ci riesce invece la sveglia, dopo forse un periodo di sonno senza sogno, quasi una morte apparente. Molto meglio, quando si fanno di questi sogni: incubi mostruosi.

Il trillo della sveglia è implacabile: quando è ora ti riporta alla realtà, bella o triste che sia. Questa volta mi va di lusso. Un raggio di sole penetra gaio dalla finestra, e mi sorride. Così almeno mi sembra. Ma è facile immaginarlo non appena riesumata dai soliti maledetti incubi claustrofobici.

È bello tornare alla vita, mi dico. Stiracchiandomi ben bene trovo con il braccio destro il corpo di mio marito. Fabrizio non ha lo sguardo grottesco di questa notte, e subito me ne rallegro. Ieri abbiamo passato una giornataccia, quasi tutta a litigare. Tra di noi qualcosa non va più come dovrebbe, e sembra proprio una situazione irreversibile. La nostra separazione è inevitabile e prossima.

In questo momento, tuttavia, sono ancora troppo turbata per pensare che divenga il mio ex marito. Dopotutto, potrebbe essere pericoloso.

Con la mano sinistra cerco la solita lampada sul comodino: non la trovo!

Non ci sono nemmeno mamma Matrioska e le sue  quattro figlie di legno. Non le ho mai spostate da quel comodino. Ormai è a loro comoda casa di legno.

A loro posto c’è invece un piatto con gli avanzi del tiramisù. Lo scosto nauseata.

Ma dov’è la lampada?!

E la Matrioska?!

Malgrado tutto potrebbe non essere ancora l’ora di alzarmi. Non ancora ! mi dico. Ci può essere ancora spazio per un altro sogno. E non ho bisogno della luce per trovarlo. Sebbene lei, e lei soltanto potrà liberarmi dall’ombra dell’illusione: la luce.

Se non è già troppo tardi.

Forse il nuovo sogno mi restituirà alle cinque amichette di legno smarrite. E poi debbo ancora incontrare la più piccola. Chissà cosa mi riserverà?

Senza di loro mi sento davvero sola.

Persa.

Morta!

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