Maya
MAYA di Gianfranco Santiglia
Lentamente, molto lentamente, così aveva imparato a muovere il proprio corpo durante l’arco della sua lunga vita, per avere la mente sempre presente a ciò che stava facendo, il vecchio liberò le proprie gambe dal loto e s’alzò dal pavimento di legno sul quale era seduto da molti minuti.
Il vecchio non era solo.
Una manciata di persone, poco più d’un pugno di giovani prescelti, erano sedute in riverente silenzio e pendevano dai suoi occhi luminosi e dalle labbra, anche se da quand’erano arrivate, lui, il vecchio, non aveva ancora parlato.
Il vecchio non era soltanto vecchio: era saggio. E non era un vecchio qualunque. Egli era un Maestro. Era un maestro di vita e di saggezza. Era un maestro Zen di tiro con l’arco.
Quando fu in piedi fece un cenno quasi impercettibile abbassando dolcemente il capo, unendo le mani al petto in devoto segno di preghiera.
Un discepolo gli si avvicinò, s’inchinò e gli porse la benda bianca. Egli allora si bendò. Quindi si avvicinò un altro discepolo, e anch’egli s’inchinò porgendogli il grande arco sacro.
E’ difficile capire come un assoluto silenzio possa ulteriormente aumentare, ma tutti nella penombra del dojo ebbero la medesima sensazione: presero a ascoltare soltanto il battito del proprio cuore e, all’unisono, si portarono le mani al petto, ringraziando gioiosi, quasi commossi, per quegli attimi di gratuita felicità senza oggetto, senza causa, senza … nulla.
Sapevano tutti quanto essi fossero rari.
In quell’assoluto silenzio percepirono il respiro del maestro mentre, con uno sforzo senza sforzo, tendeva il grande arco. Quindi videro e udirono la freccia sibilare nell’aria, godendo di quel suono al pari della più perfetta nota suonata con uno Stradivari.
FRUSSCCHH… STUMP! si sentì vibrare e rimbombare nel corpo e nel cuore del dojo, e di tutti i presenti. Tanti ma Uno, nello spirito, nell’intento, nel destino.
La freccia aveva colpito il centro del bersaglio posto a molti metri di distanza, illuminato tutto intorno da grandi candele profumate, il cui aroma si diffondeva pacifico nell’ambiente, purificando l’anima del luogo.
Lentamente, molto lentamente, il Maestro si sciolse la benda dagli occhi socchiusi, porse l’arco a un discepolo e disse: “Il colpo si è tirato! Ma ora, ditemi, l’unità si è spezzata? E’ andata perduta?”
Silenzio.
I discepoli sapevano che se avessero risposto di sì, oppure no, avrebbero ugualmente sbagliato, entrando con riluttante inevitabilità nel mondo della dualità, che non offre possibilità di riscatto.
Non essendovi risposta a quella domanda, al Maestro non restò che … svegliarsi!
Suonavano con dispettosa violenza alla porta di casa, e a Robin non restò che destarsi del tutto dal lungo e piacevole sonno che lo aveva tuttavia incatenato nel corpo e nello spirito. Ma ora era libero. Di nuovo.
“Ah, ciao Margot, sei tu!”
“Ciao Robin, buon compleanno, e questo è un regalo per i tuoi 29 anni. Sai quanto sono importanti.”
“No, ripetimelo un po’, non so se ieri sera sono riuscito ad afferrarlo.”
“Dai, non fare il cretino, è semplice. Circa al compiersi del 29° compleanno, si chiude il primo ciclo di transito di Saturno sul tuo tema natale, che riguarda soprattutto il vecchio Karma, le ingerenze e gli irretimenti da parte della famiglia d’origine. Insomma, adesso, se sei davvero stato bravo, risolutivo, potrai chiudere con il passato e costruire quella che è la tua vera vita, il tuo nuovo sentiero, insomma una seconda rinascita.”
“Sempre con queste cineserie, tu. Ah, a proposito, ho fatto un sogno, anzi devo proprio scrivermelo subito, magari mi darà l’ispirazione per qualche nuovo racconto.”
Mentre Robin scriveva si immergeva del tutto, come fosse acqua in cui nuotare, nella sua nuova storia in cui v’era un vecchio, che era un Maestro, ma che era anche un arciere infallibile, e in breve egli sentì di essere uno scrittore perfetto che scriveva di un Maestro e del suo tiro perfetto e, pensò, e poi scrisse, ripetendo ad alta voce: “Arciere, freccia e bersaglio non sono altro che scrittore, storia e lettore! Aspetti diversi della medesima realtà unitaria.”
E ora che ho terminato e rileggo la storia, pensò, l’unità è ancora integra oppure si è spezzata, andando perduta una volta per tutte?
“Dai, apri il regalo” insistette Margot, molto eccitata, distogliendolo dalle sue stravaganti meditazioni.
“Il racconto si è scritto!” sentenziò Robin con un lieve sorriso di soddisfazione a increspargli le labbra, poggiando subito il suo diario sulla vicina poltrona, per prendere dalle mani della donna il pacco infiocchettato con tanta amorosa e vezzosa delicatezza.
Lentamente, molto lentamente, cosa che a Margot fece accrescere l’ansia e l’impazienza già incontenibili, Robin liberò il regalo dall’involucro esterno che l’attanagliava, e con suo enorme stupore gridò: “Ma è un arco! Incredibile!!” Pazzesco, il sogno … pensò. Subito lo montò, ricomponendolo, questa volta in tutta fretta, quindi lo tese e finalmente … si risvegliò!
“Maestro, Maestro!!! Tuono Silenzioso ha la risposta.”
Il Maestro si rese conto che quello era proprio il segnale che attendeva.
Aveva visto e sognato la sua prossima incarnazione.
Aveva visto nel futuro come se questo fosse stato il passato, ma sapeva che entrambi, da soli, non esistevano affatto, e non certo separati. Entrambi erano Uno.
Sarebbe stato uno scrittore, dunque, avrebbe centrato il suo bersaglio, come adesso faceva con l’arco, soltanto scrivendo, e la perfetta unità rappresentata da arciere, freccia e bersaglio sarebbe stata invece costituita dalla magica triade scrivente, storia e lettore. Nulla, forse, sarebbe cambiato.
“Perfetto!” disse. “Qual è la risposta, dunque? L’unità è proprio andata perduta?”
“Maya!” sentenziò Tuono Silenzioso.
Il Maestro si alzò, si liberò dal loto, si inchinò al ragazzo, e porgendogli l’arco disse: “Tuono Silenzioso è il vostro nuovo Maestro. Ora andate, lasciatemi solo. Per me è tempo di partire.”
Sorrise, e s’accomiatò.
Fu subito solo, ma con immediatezza seppe che anche quella era solo un’illusione, Maya, come ben aveva ben risposto il suo allievo. Era davvero un ragazzo in gamba, sarebbe stato un bravo Maestro, si disse il vecchio, per quanto fosse ancora molto giovane, ma non sarebbe stato solo, le guide e i maestri ascesi lo avrebbero aiutato.
E anche lui non era solo. Sentì infatti gli angeli tutti intorno. Erano venuti a prenderlo. Proprio uno strano scherzo, a quanto pare, avevano in serbo per me, pensò. Sarebbe rinato in Occidente per fare lo scrittore.
“Karma difficile!” sentenziò assorto il vecchio, quindi rise con ogni molecola d’energia che ancora aveva in corpo, presto non gli sarebbe più servita, non dove stava adesso andando. Là, ne avrebbe avuta quanto desiderava, e in una forma del tutto diversa, immaginava, consapevole di ciò che lo attendeva.
Non c’era alcun bersaglio da colpire, né unità da smarrire, soltanto illusione da svelare; non sarebbe stato possibile, infatti, si disse il vecchio, giocando a trastullarsi per un’ultima volta con i pensieri di quella mente e di quel corpo che ora stava abbandonando. L’unità è la sola realtà possibile. Ma ora il suo tempo era scaduto.
Quindi si accomodò nel loto e quando percepì il sorriso degli angeli sul proprio corpo, sul suo volto e sulle labbra, si abbandonò completamente all’abbraccio della luce che era destinato a quelli come lui.
Così lo ritrovarono il giorno successivo: con quello stesso carisma, nella medesima posizione. Sorrideva.
Anche da morto, per un’ultima volta, il Maestro fu loro d’esempio, indicando la via a quel pugno di uomini scossi ma risvegliati.

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