Nonterapia

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Beautiful Mind

Le notti stellate del Karakorum

Brano tratto da LE NOTTI STELLATE DEL KARAKORUM – Dusan Jelencic – Editore CDA&VIVALDA – collana i Licheni

 

La notte entra in me, mi accarezza e mi invita al dialogo. Rispondo felice al richiamo, ma non riesco a capire che cosa vogliano dirmi le stelle mie amiche. Le contemplo, il cielo ne è tutto pieno, ma io voglio coglierne l’essenza. Voglio cogliere l’essenza di questa vallata, di questa montagna e del desiderio che abbiamo di lei, l’essenza della nostra stessa esistenza. Voglio capire perché le stelle siano così scintillanti, e perché le notti senza di loro siano così buie, perché riescano a darmi la tranquillità e a riempirmi di energia, perché a volte siano così lontane e a volte così vicine, perché cerchino sempre di ispirarmi i pensieri più profondi e più reconditi, pensieri che non ho il coraggio di riferire nemmeno a me stesso.

Osservo trasognato il cielo luminoso, e all’improvviso comprendo che cosa vogliono comunicarmi le stelle.

«Vedi…» dice la prima, e subito lascia la parola alla sua vicina, poi parla la terza, la quarta e la quinta, tanto

che non so più dove guardare, da che parte voltarmi. «La vita è il bene più prezioso che voi mortali abbiate.

Di essa potete fare quello che volete. Potete vivere velocemente o lentamente, procurare gioia o dolore, operare il bene o il male, agire con dolcezza o cattiveria, creare bellezza o falsità. Tutto dipende soltanto da voi. Perché, allora, tu sei andato lassù a guardare la morte in faccia, perché hai cercato consapevolmente di privarti della cosa più preziosa che hai? Ti abbiamo forse insegnato questo, uomo incauto? Devi aspirare  alla pienezza dello spirito, all’assoluto e non alla sua negazione e alla distruzione. Per questa volta abbiamo avuto misericordia di te, perché abbiamo visto quanto desideravi vivere. Ti abbiamo restituito la vita che ti stava già abbandonando quando hai dormito nel crepaccio.»

Mi scuoto e resto in silenzio. Tutto comincia a girare attorno a me, il ghiacciaio, la valle, la montagna e le pietre, e poi scompare chissà dove. Solo le stelle rimangono a guardarmi. Rispondo sottovoce: «Non cercavo la morte, è stata lei che voleva prendermi. Non ho commesso alcun errore, la tempesta è arrivata repentina, l’ho combattuta con tutte le mie forze, ho lottato contro il nulla che stava per sopraffarmi. Come mi avete insegnato voi, stelle».

Le stelle mi sorridono indulgenti: «Ne sei convinto? Sei sicuro di non aver sbagliato nulla, di non aver commesso alcun errore? Voi uomini siete, nella vostra presunzione, così simili gli uni agli altri che sembrate nati dalla stessa madre. ‘Come hai fatto a trovarti nella situazione di dover guardare tante volte in faccia la morte?». La mia sicurezza barcolla. Rispondo balbettando «non lo so», e rimango senza parole. Anche le stelle tacciono.

Mi rendo conto che attorno a me è notte fonda. Guardo verso le tende e mi accorgo che tutti stanno già dormendo. C’è solo un leggero vento che mormora tra le rocce, per il resto sono solo qui sul ghiacciaio. Solo con le stelle. Mi rivolgo di nuovo a loro e chiedo: «Dove ho dunque sbagliato?».

Un altro sorriso indulgente e una silente risposta: “Questo devi scoprirlo da te. Sarebbe troppo facile se fossimo noi a svelarti il mistero. Se riuscirai a decifrarlo, significherà che hai meritato quello che ti abbiamo regalato perché abbiamo avuto fiducia in te: la tua seconda nascita».

Rimango assorto. Dove ho sbagliato, dove ho sbagliato, dove ho sbagliato… contìnuo a ripetermi. Le stelle

mi hanno insegnato l’umiltà, rifletto. O forse è stata la morte stessa a farlo.

Le stelle mi osservano, lontane ed eterne. «Non capisco» rispondo loro. “Ho sempre combattuto

contro la quotidianità uniformatrice e annientatrice, ho sempre cercato di evitare le strade battute, i percorsi già noti…» «Ascolta: se vuoi avvicinarti alla verità, comincia dall’inizio, parti dalla fonte. Non essere superbo e non correre subito alla foce, dove il fiume è più largo e profondo. Non la comprenderesti, perché la verità rimane sempre nascosta in profondità. E medita ancora su questo: l’errore non è mai solo e non viene mai fatto nel momento in cui lo commetti. Sta a te decifrare questo enigma. Se ci riuscirai, sappi che le montagne saranno sempre ben disposte verso di te…»

Sono confuso e guardo il cielo cercando una risposta.

Ma le stelle mi fanno chiaramente capire che spariranno finché non avrò risolto il quesito. Passeggio sul ghiacciaio nella notte gelida. Cammino, mi fermo e medito. Non ho scelta: devo scrutare gli antri della verità. L’errore non è mai solo e non viene mai fatto nel momento in cui lo commetti. Secondo l’opinione comune, il mio sbaglio è stato salire in vetta nonostante la mattina mi fossi sentito male. Diciamo che questo è stato il mio primo errore. Poi, prima di arrivare in sella, sono stato colto due volte da vertigini lancinanti, e due volte sarei dovuto tornare indietro… L’ultimo errore è stato quando con Mojmir ho deciso di andare in cima, nonostante fosse evidente che si stava avvicinando il maltempo.

Sono soddisfatto di me stesso. Ho risolto la prima parte, quella più facile dell’enigma. L’errore non è mai uno solo: infatti ho sbagliato almeno quattro volte. Ma non sono questi gli errori veri, perché l’errore non è mai commesso nel momento in cui lo fai. Qui sta la chiave.

Tenterò di arrivare in fondo al mistero. Sento che oggi posso farcela. Cerco di aggrapparmi a qualche parola, di trovare una traccia da seguire per arrivare alla sorgente del fiume, all’origine dello sbaglio. Come per incanto mi viene in mente una frase che ho sentito o letto da qualche parte e che è fondamentale in questa notte pakistana.

“Non importa tanto sbagliare la tattica, quanto sbagliare la strategia”. Pian piano comincio a capire. Il mio pensiero corre, al punto che faccio fatica a stargli dietro. La tattica è la scelta del momento, la strategia è qualcosa di più generale, è onnicomprensiva. Diciamo allora che quello che ho sbagliato non è la tattica, bensì la strategia. Fisso il mio sguardo sul Chogolisa che splende nella notte e, come se si fosse alzato il sipario che mi velava la mente, infine comprendo. Non ho sbagliato quella mattina e non ho sbagliato sulla sella. Ho sbagliato molto prima, settimane, forse mesi prima, e mi sono trascinato dietro l’errore perché non volevo vedere la verità. È stato una sbaglio non unirmi agli altri nella prima salita di acclimatazione, per mancanza di fiducia in me stesso. Così ho rinunciato alla prima, fondamentale escursione. Quando finalmente, dopo che gli amici mi hanno convinto, mi sono deciso a compierla, gli altri stavano già facendo la seconda. E in seguito di nuovo non ho avuto fiducia nelle mie capacità e ho perso ancora delle giornate preziose, e con queste un’altra scalata. Alla fine, quando tutti stavamo tentando la cima, mi mancavano due intere ascensioni di acclimatazione rispetto agli altri. Gli errori si pagano sempre. Se avessi compiuto le due ascensioni, non mi sarei sentito così orrendamente male nel mattino al campo 4-, e mi sarei messo in cammino con Sitvo e Matevz. Loro due sono arrivati in vetta tre ore buone prima di me, e quelle ore sono loro bastate per sfuggire alla tormenta che ha inchiodato me e Mojmir per tre giorni sulla montagna.

Ma certo, è così! Ho risolto il quesito sibillino. Le stelle riappaiono in cielo e mi guardano con benevolenza.

«Ce ne hai messo di tempo, ma hai sciolto l’enigma, perché hai voluto conoscere la verità. Tuttavia devi sapere che, ora che sei su questa strada, non potrai più abbandonarla, e questa non è mai stata una strada facile. Al contrario. È però infinitamente bella. È la via alla bellezza e conduce verso l’assoluto. Anche noi manterremo la nostra promessa. Quando sarai sulle montagne ti saremo favorevoli, perché hai pagato già abbastanza cari i tuoi errori. Ma ora racconta: perché sei venuto in Karakorum?»

A questa domanda trasalisco. Me lo sono mai chiesto? E se non l’ho fatto, perché non l’ho fatto?

Rispondo pieno di incertezza: «Perché ho voluto, sia pure per poco, sfuggire alla vita di ogni giorno, raggiungere il paese delle meraviglie, il mio Eden, e per alcune irreali settimane gustarmi la pienezza della vita. Per un secondo cosmico ho voluto rinunciare al nostro mondo nutrito di noia, dove tutti la pensano  allo stesso modo, e dove chi si allontana dalla pista battuta da tutti è ritenuto un folle, o per lo meno uno stravagante».

La voce sfuma nella luce della notte e nel vento che si alza da nord. Le stelle tacciono. Le supplico ad alta voce dì rispondermi, ma rimangono mute. Quindi mi metto a urlare e infine… mi sveglio. Ho ancora la testa fra le mani. Mi sono addormentato sulle rocce dietro le tende. Mi ha destato il vento che ha cominciato a soffiare laddove si eleva, nella sua immensità di ghiaccio, il poderoso K2. Sorrido. Stavo dunque sognando. Guardo verso la vallata e contemplo la notte chiara. L’aria è limpida e incredibilmente pulita. In essa si staglia tutta l’immensità del nostro mondo. Ho sognato… ma vorrei che quel dialogo fosse avvenuto davvero. Forse è stato così…basta che io lo desideri con tutto me stesso. La realtà non è mai qualcosa fuori di noi, ma è soltanto quello che ci portiamo dentro. Dunque terrò stretta dentro di me la conversazione con le stelle. Non la dimenticherò.

Nell’aria c’è un sussurro leggero, la luce si diffonde laggiù a sud, tra le vette misteriose. Com’è bella questa notte! Non ne ho mai vissuta una uguale. In essa sono scomparse tutte le domande, tutte le perplessità che mi tormentavano quando dubitavo del mio prodigarmi in Himalaya, quando dubitavo della mia partenza stessa.  Se non fossi venuto qui, non avrei mai vissuto questa notte, non avrei mai visto questo ciclo. Anche solo per questo è valso partire. Ora che sono alla fine del mio viaggio, uno dei tanti, mi è finalmente chiaro che ho fatto bene a intraprendere il mio cammino stellato. Anche questo mi hanno rivelato le stelle nel sogno, il resto rimane comunque un enigma che dovrò risolvere per tutta la vita. Mi sento leggero e piacevolmente svuotato. È fatta. Il cerchio si è chiuso. Ma… com’è bella questa notte, e come sono belle le stelle!  Tornerò tranquillo e rilassato alla mia valle e so che anche li continuerò il mio incedere luminoso. A casa, le notti sono ugualmente belle e splendenti, tenere e dolci, buie e profonde. E dove c’è la notte, ci sono anche le stelle…