Nonterapia

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Beautiful Mind

Piazza Freud

Di: Stanislao Bosco

Siamo andati a vedere lo studio di Sigmund Freud. Blanca lo considera un luogo di culto come per un tifoso di calcio lo è il Maracanà o il Meazza. Sono persuaso che certi stadi possano essere ritenuti dei sacrari dello sport. In generale, io non stravedo per i luoghi sacri, forse in realtà mi stanno pure simpatici ma trovo soffocante la presenza dei loro frequentatori. Costoro sono come una ruggine che aggredisce il ferro battuto e non sparisce neanche grattandola via o ricoprendola di smalto navale. Anzi continua a mangiarsi il ferro e finisce per sostituirsi a esso. Con il tempo, non tanto, l’artefatto diventa solo un simulacro di quello originario. Un museo che puzza di cera, un cadavere imbellettato e imbalsamato.

Quel giorno, il solo punto fermo è, andare. Blanca voleva evitare qualsiasi rischio di trovare code o chissà quale altro imprevedibile imponderabile inimmaginabile imprevisto quindi, ci siamo svegliati ai primi segni dell’alba. Nei giorni precedenti, la visita era stata minuziosamente preparata ed io non ho dovuto e potuto fare altro che trasformarmi nel trolley vivente di Blanca. Il tragitto è una corsa, mascherata da camminata. Sul piano acustico, sono investito da un’impressionante sequenza d’informazioni storiche e concettuali, su ciò che questo personaggio ha significato per la scienza della psiche. Ho garantito un finto ascolto, senza concentrarmi sulla comprensione e lasciando scivolare le parole oltre, offrendo loro la minima resistenza aerodinamica. Non è un dialogo e questo mi pone fuori del rischio di dover prendere parte attiva o porre domande di cortesia. Mi posso dedicare a guardare all’intorno, la mattina scintillante e freddissima, i nostri passi affrettati, il cigolio delle mie ossa e nervi non adeguatamente irrorati da un buon caffè mattutino. Me ne ha promesso uno in un punto di ristoro posto in prossimità del sacrario.

Arriviamo che la cassa è ancora chiusa, neanche l’ombra di movimenti che facciano presagire un imminente apertura. Meglio così. Almeno si fa colazione. Per adesso Freud mi sta già sulle palle; mi ha fatto alzare senza il mio caffè. Lui non è certo toccato da questo mio stato d’animo irritato. Lo vedo un tipo da cose meditative, come gli infusi, le tisane o il cognac. Fuma la pipa e mi guarda imperturbabile, con una lievissima piegatura delle labbra in un sorrisetto appena percepibile. Sembra essersi disposto ad accogliermi come paziente. Mi turba moltissimo la sua immagine; intossica la mia zona di fuga mentale con il suo fumo denso, a bella posta dal profumo gradevole. Vorrei arrestare il flusso di questi pensieri. Magari se strattono Blanca lei mi interpella e mi porta fuori da queste visioni. Se la scuotessi o le parlassi non ci sentirebbe e non capirebbe e soprattutto non si fermerebbe. La sua inerzia è impressionante. Per lei quel luogo è ancora più che un sacrario, è la spiaggia dove il surfista attende l’onda perfetta. La percezione più forte che ricevo da questa situazione, è quella di sentirmi mentalmente inaridito. Anche adesso che scrivo di queste cose, non sento scorrere le parole, le sento tossire nella polvere di un deserto assolato e ventoso. Raschiano dappertutto, cadono a terra e si spaccano in frammenti. Non riesco a tenerle insieme. Sono cocci vuoti privi di senso. Scappano per ogni, sono fogli impazziti senza una numerazione sequenziale.

Ho idea che nemmeno il caffè caldo che ci beviamo in quel bar, mentre Blanca continua la sua cascata fragorosa di parole e sorride, possa servire a qualcosa. Menomale che ho le sue labbra e i suoi occhi da fissare altrimenti rischio il collasso cerebrale e l’ipnosi da sforzo. Con aria festante Blanca esulta “hanno aperto la cassa !”. Pago e arriviamo velocissimi al botteghino quando ancora il cassiere non ci è entrato. In frazioni di secondo saliamo di corsa le scale e entriamo nello studio di Freud. Lui ovviamente non c’è più, neanche nella mia fantasia. Resto in un istante folgorato, preso a schiaffi da quello che vedo e Blanca se ne accorge. La stanza, piena di tappeti persiani che tradiscono la sua ricerca di far sembrare lo studio un paradiso perduto o l’aerostazione dei tappeti volanti. Magari in qualche angolo potrei persino trovare una lampada di Aladino. Scorgo un tappeto, in particolare.

“Blanca, quel tappeto guardalo è identico a quello che mia sorella ha nel salotto della sua casa”.

Lei ora cessa di essere la surfista sulla spiaggia dei sogni e mi capisce mi soppesa e mi domanda “da dove credi che provenga ?”.

Avrei potuto rispondere mille cose ragionevoli, con mille parole vuote e aride, ricche di significati pitturati sopra la superficie. Invece, senza che sappia il perché, le rispondo

“dal palcoscenico del Moulin Rouge !”.

Mi sorride, le sorrido, Freud ricompare e manda un profondo sbuffo dalla sua pipa e ridiamo tutti e tre. Poi entra la guida turistica e nessuno ride più. Ci saluta con cortesia e affabilità e, notando i nostri sguardi attratti dai tappeti, ci dice

“belli i tappeti vero ? non conosciamo come Freud li abbia scelti o acquistati, ma crediamo che sia per i motivi geometrici adatti all’estetica del luogo che doveva dare accoglienza al paziente nelle sedute di ipnosi”

Che favolosa patina di smalto questa spiegazione. Sotto, solo ruggine e forse ancora più sotto, sarà restato un pò del ferro della verità. Io l’ho avvertito, non nelle parole della guida, ma nelle immagini dei miei occhi, con il suo odore pungente e il gusto che s’incolla alla lingua. Le parole piene sono Moulin Rouge.

La guida attacca a parlare ed io nuovamente mi distacco e vago fra i disegni e i mandala dei tappeti. Rivedo il giardino di Yovda, le lunghe sequenze geometriche che si ripetono, ripenso ai frattali e alle sequenze di pensieri che m’intrappolano ogni sera, poco prima di addormentarmi. Di Freud neppure il sentore, l’odore o l’afrore. Meglio così. Guardo fuori della finestra e nella piazza, al centro, scorgo un monumento cubico a bassorilievi, al cui basamento noto una bella fontana di pietra che spilla senza sosta acqua. La immagino fredda come quella di un ghiacciaio. Fredda da frantumare i denti.

“Bobo vado in biblioteca, mi raggiungi li ?”

Credo di rispondere ‘Si’ ma tanto la risposta è vana perché sottintesa nelle pieghe della situazione. Dire “si” sarebbe ripetitivo e quindi nemmeno evocativo di qualche discorso. Continuo a scrutare fuori dei vetri oltre le tendine. Un albero, una fonte, un cubo di marmo con un bassorilievo con l’effige di qualche antico romano e l’acqua che vi sgorga. Chissà all’interno del cubo che fitta trama di linee, crepe, cavità occulte, come un intestino kilometrico compattato, come le volute di una materia grigia in attesa. Fantastico che questa struttura marmorea, ironicamente sembri evocare la mente di qualche paziente che Freud non è mai riuscito a curare, proteggendosi dall’investigazione e celando segreti dietro una granitica solidità. Mi si accende la mente sulla parola ‘cura’. Curare che ha la stessa radice di cuore.

Sento vibrare il telefonino è Blanca che mi chiama da qualche recesso della casa e rispondo languidamente “Arrivo”.

Cuore come Coira, una cittadina che mi ha sempre suggestionato; appena posso vado a vedere qualche foto su internet. Cuore come battito, martellare la pietra per forgiarne una forma, cuore come tremolio elettrico cadenzato e passo saltellante di un daino nel bosco primordiale del paradiso. Cuore spinto al massimo della sua forza, un attimo prima di scoppiare e afflosciarsi nel suo stesso sangue. Moulin Rouge, cuore esalante scoperto, fra le mani di un amante disperato, bagnato nell’assenzio; fra le mani di un carnefice feroce e compiaciuto di sé e della sua forza distruttrice.

Chiudo le tendine e cerco per la casa Blanca, seguendone la voce danzante e felice. La mia ricerca è terminata ed ho trovato qualcosa davanti all’onda perfetta della mia surfista. Il monumento di Piazza Freud è il mio stadio da dedicare alla memoria di una figura mitica. Pulsa e non muore, prende a calci il mondo e riesce a custodire tutti i progetti. La pietra non è come il cemento, prende forma dal ritmo del martello, dal ritmo dell’acqua, dalla spinta della forza di gravità. Il cemento è triturazione, rimescolamento, disfacimento e ricostruzione di un vestito con i pezzi di mille vestiti. Arlecchino è la sua forma e Freud il sarto che cerca di replicarne il modello, per fare di anime pietra delle allegre maschere di carnevale.

Passeggio con Blanca, finalmente siamo usciti. L’onda è passata e la risacca è lieve e quindi non esiste più la fretta.

 “ripensando ad alcuni aspetti del progetto mi è venuto di pensare che un altro materiale sicuramente naturale da affiancare e intrecciare con le creazioni silvane, è la pietra”

 “Si è vero è un materiale vivo non come il cemento oltretutto sicuramente più primordiale, meno elaborato”

Ci fermiamo ad attendere un autobus e guardiamo le finestre dello studio con i suoi tappeti e vedo il vecchio che fuma alla finestra e rimpiange di non poter uscire. Ha paura di lasciare la sua valle dell’Eden. Mosso da pietà mi viene voglia di fargli un gesto con la mano e di invitarlo a scendere, a vedere le città possibili, i futuri ipotizzabili, le matasse che si srotolano e ci possono portare a vivere intrecciati con il legno, l’aria, l’acqua ed il fuoco. Poi arriva l’autobus e lui non fa in tempo a raggiungere le scale e resta lì ad aspettare il prossimo fanatico che andrà a trovarlo.

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