Nonterapia

Get the Flash Player to see the slideshow.

Beautiful Mind

L’Ora di Dio

The Hour of God (L'Ora di Dio) – brani scelti Sri Aurobindo Traduzione Italiana di Paola Bertoldi

Scarica brani dal libro "The Hour of God"
  1. (*)
  2. (email *)
 

Nada yoga, kriya yoga, kundalini yoga, yoga tibetano, yoga sciamanico.

Corsi intensivi

yoga sciamanico

Questo evento eccezionale si rivolge a tutti, insegnanti di yoga e principianti.

Costituisce un’esperienza unica di immersione nella filosofia e nella pratica,un tuffo nella bellezza dello yoga nei suoi molti aspetti, in particolare nada yoga, pranayama, kriya yoga, kundalini yoga, yoga tibetano e yoga sciamanico.

Ascolta l’intervista di Alessia Caracciolo a Selene Calloni Williams sullo yoga sciamanico. Trasmessa su RSI rete 3 della Svizzera Italiana:

Clicca qui per tutte le informazioni sui corsi di Yoga Sciamanico

Nada Yoga: Il potere del suono

Nella concezione induista, il suono è considerato la fonte da cui tutto è nato. È il seme della creazione e la manifestazione ancestrale dello Spirito trasformatosi in materia proprio attraverso le vibrazioni sonore. OM è il suono primordiale. È il mantra che rappresenta il Tutto e l’origine di Tutto. In realtà, molte culture, non solo quella indiana, considerano il suono quell’elemento che ha dato avvio alla nascita dell’Universo.
Infatti, come ha messo ben in evidenza il musicologo Marius Schneider nel libro La musica primitiva:“Tutte le volte che la genesi del mondo è descritta con sufficiente precisione, un elemento acustico interviene nel momento decisivo dell’azione.[…] L’abisso primordiale, la bocca spalancata,la caverna che canta, il singing o supernatural ground degli Eschimesi, la fessura nella roccia delle Upanishad o il Tao degli antichi Cinesi da cui il mondo emana “come un albero”,sono immagini dello spazio vuoto o del non essere, da cui spira il soffio appena percettibile del creatore. Questo suono, nato dal vuoto, è il frutto di un pensiero che fa vibrare il Nulla e, propagandosi, crea lo spazio”. Una delle scienze più antiche che utilizza le vibrazioni sonore al fine di giungere alla conoscenza e alla realizzazione del Sé è il Nada Yoga, dottrina del suono interiore documentata già nelle Upanishad – scritte fra il XIV e XV secolo – ancora oggi insegnata in molte scuole hindu.
Di questa pratica abbiamo parlato con Selene Calloni Williams, yogin, psicologa, scrittrice, tra i massimi esperti in Italia di antichi cammini iniziatici, come il tantrismo, e di millenarie filosofie orientali. Conoscenze sviluppate con lunghi ritiri negli eremitaggi buddhisti, frequentando l’Oriental Yoga Academy di Colombo, nello Sri Lanka, e incontrando mistici, sciamani e monaci nel corso di viaggi iniziatico- spirituali ante litteram. Fondatrice dell’associazione Nonterapia,Selene, attraverso le sue numerose attività (tra cui seminari in Italia e in Svizzera, e lezioni presso la Scuola Superiore di Formazione all’Esercizio del Counseling Filosofico e della Nonterapia) unisce saperi esoterici orientali e occidentali, al fine di ricercare una sorta di sintesi fra “opposti”.
Punti di riferimento nel suo percorso esistenziale- professionale sono il tantrismo buddhista induista, lo Yoga Integrale di Aurobindo e il pensiero filosofico di Nietzsche.
Tra i seminari che propone vi è proprio quello dedicato al Nada Yoga.
“Il potere del suono e la sua forza creatrice – spiega Selene – sono conosciuti sin dai tempi più remoti in tutte le antiche civiltà e giungono anche nella nostra cultura occidentale cristiana, in cui si parla del Verbo come della forza all’origine della creazione. L’antica saggezza indiana, in particolare, ha saputo rendere sistematiche e tramandare le conoscenze relative al potere del suono, inteso come energia creatrice, capace di influire sulla realtà e modificarla. Il termine “Nada”, che deriva dalla radice sanscrita nad (flusso), significa suono. Quindi Nada Yoga è lo Yoga del Suono: la via dell’unione con il divino attraverso il ritrovamento del suono primordiale, la cui eco si ritrova in tutta la natura”.
Quali sono gli antichi testi di riferimento del Nada Yoga?
“Il Sama Veda,o Veda dei Canti, è uno dei principali testi di riferimento del Nada Yoga. Nel Sama Veda sono raccolti i canti liturgici, gli inni rivolti ai vari aspetti del divino che si manifesta in infinite forme. La maggior parte delle strofe che lo compongono sono tratte dal Rig Veda e adattate per poter essere cantate durante le celebrazioni liturgiche. Numerosi riferimenti al Nada Brama, l’Om, il suono creatore, e alla scienza dei mantra si trovano in varie Upanisad, testi di epoca immediatamente posteriore ai Veda, e nei Purana, i più antichi dei quali risalgono all’inizio della nostra era.”
Parlare di Nada Yoga e di Mantra Yoga è la stessa cosa?
“Non esattamente. Il Mantra Yoga può essere visto come una parte fondamentale del Nada Yoga, sviluppata e approfondita principalmente nei testi tantrici, nell’ambito del triplice sistema di mantra, yantra, simbolo geometrico che rappresenta la forma del suono, e mandala, simbolo circolare che rappresenta un cosmogramma, in cui si manifesta la divinità evocata dal suono del mantra e uno psicogramma, nel quale compaiono gli spiriti e gli dei che sono i vari aspetti della psiche umana.
Sri Aurobindo, fondatore dello yoga integrale o Purna Yoga, proclamato in tempi recenti massimo saggio dell’India, ha affermato a proposito del mantra:“Il mantra è una parola nata dalle profondità segrete del nostro essere, dove è stata deposta da una consapevolezza più profonda di quella mentale, arricchita dal cuore e non costruita dall’intelletto. Il mantra non solo è in grado di creare un nuovo stato soggettivo in noi stessi, ma è anche capace di rivelare facoltà e conoscenze che in precedenza non sapevamo di possedere. La ripetizione del mantra non può produrre variazioni sostanziali se non nella mente di chi la esegue, tuttavia può generare nell’atmosfera, a livello mentale e vitale, vibrazioni capaci di agire sulle azioni altrui e addirittura di influenzare le forme del piano materiale. La funzione del mantra è di creare vibrazioni nella coscienza interiore che la preparino per la realizzazione di ciò che il mantra simboleggia e porta con sé. Chi pratica la ripetizione vocale o silente di un mantra in modo regolare, ha l’impressione che, dopo un certo tempo, il mantra prenda a ripetersi da solo. Ciò significa che l’essere interiore l’ha fatto proprio. Da quel momento in poi la ripetizione del mantra diviene assai più efficace.”
Nel Nada Yoga esistono pratiche che prescindono dall’utilizzo del mantra e operano con il canto – ad esempio il canto delle vocali o di suoni elementari – e con l’attenzione al suono della propria voce.”
Il suono della voce e le sue vibrazioni hanno un potere immenso, spesso sottovalutato soprattutto in Occidente. Il suono, nella concezione induista, è ritenuto invece il creatore dell’Universo. Om è il suono primordiale. Ma quali effetti producono sulle emozioni le vibrazioni sonore e qual è la forza terapeutica e spirituale del suono?
“Le vibrazioni sonore possono aiutare a liberare le emozioni bloccate ed essere usate per evocare un particolare stato emotivo. Se, infatti, secondo la concezione che è alla base del Nada Yoga, tutto in natura ha un suono, o per meglio dire, è suono, allora esiste il suono della gioia, della tristezza, della rabbia…, di ogni emozione umana e di ogni manifestazione della natura. La forza spirituale del suono, ovvero lo scopo
ultimo del Nada Yoga, è portare l’uomo a ritrovare la sua vera natura di unione con il divino. Unione che si manifesta nella vibrazione stessa del suo respiro,espressa dal mantra So ‘Ham, il mantra spontaneo del respiro, che significa proprio“Io sono Lui”,“Io sono Quello”.
In cosa consiste esattamente la pratica del Nada Yoga?
“La pratica del Nada Yoga consiste nel ritrovare il proprio suono interiore, quel suono che non è prodotto da nulla, per arrivare così a percepire dentro di sé l’eco della manifestazione dell’Assoluto. Le tecniche del Nada Yoga possono utilizzare il potere del suono attraverso la pratica di japa, la ripetizione prolungata sonora o mentale (dotata di un suono interno) di mantra, il canto di suoni semplici, come ad esempio le vocali, l’ascolto consapevole della propria voce e la trasformazione della vibrazione della propria voce.”
Agisce su chakra e nadi?
“Certamente. Le pratiche del Nada Yoga agiscono su chakra e nadi con l’intento di liberare e purificare i canali energetici, di ripulire l’intero essere a livello fisico, emotivo, mentale e spirituale da tutto ciò che impedisce la libera percezione del suono primordiale o, detto in altri termini, il riconoscimento della propria vera natura, e di aprire i chakra. Una pratica molto usata a questo fine è la ripetizione dei bija mantra, o mantra seme dei chakra”.
Capita, parlando con alcune persone, di avere la propria voce “bloccata” o di sentire la voce altrui “spezzata, debole”. Il Nada Yoga come può aiutare a eliminare i blocchi interni per poi riuscire a esprimere una voce naturale, spontanea,“libera”?
“Insegnando a respirare. L’esercizio della voce è innanzitutto esercizio del respiro. La pratica del controllo del respiro è lavoro sulle emozioni e sul comportamento. Essere spontanei con la voce è un tutt’uno con la capacità di respirare liberamente e profondamente.”
Lei ha affermato:“Trasformando la vibrazione della propria voce, molte persone sono state liberate dai circuiti della coazione a ripetere e hanno sostanzialmente raggiunto obiettivi che prima parevano inaccessibili”.
Può spiegarci meglio questo pensiero?
“È assolutamente straordinario come il lavoro sulla voce consenta di risolvere le obiezioni emotive al successo e permetta il conseguimento degli obiettivi. Ogni volta io sono la prima a stupirmi dei risultati fantastici che certe pratiche antiche, semplici e dirette, permettono di raggiungere.
Inconsapevolmente, fin da bambini, tendiamo a modulare la nostra voce in modo da interagire con le vibrazioni della voce delle persone che amiamo: a volte per imitazione, altre per contrapposizione. Inoltre, i traumi emotivi modificano il timbro della voce agendo direttamente sull’involucro sottile (nadi e chakra) e su quello grossolano (muscoli e tessuti). È con la nostra voce che noi parliamo a noi stessi. Le parti più profonde di noi recepiscono non tanto il messaggio razionale, quanto quello vibrazionale. Nella trasformazione della vibrazione della voce c’è la liberazione dagli obblighi d’amore che ci legano ai personaggi più importanti del nostro passato e il superamento dei traumi emotivi che condizionano il nostro comportamento.
Le vibrazioni della nostra voce attraversano lo spazio plasmando gli eventi. Da ciò possiamo comprendere quanto sia importante emettere vibrazioni in sintonia con il nostro essere profondo, per fare ciò dobbiamo apprendere a liberare il nostro suono più autentico. Il Nada Yoga conduce a questo scopo.

Intervista di Silvia Turrin a Selene Calloni Williams pubblicata sulla rivista Ben-Essere il 20/05/2008 

Vai all’articolo completo di foto

Da bocca a orecchio. Il rapporto maestro-discepolo nella tradizione indiana

di SILVIA CORDESCHI

Leggi l’articolo

Lo Yoga Tantrico, lo yoga della felicità

di SELENE CALLONI

Le spiritualità della felicità, le psicologie della felicità, le filosofie della felicità orientali e occidentali (meditazione, yoga, zen, tantrismo, sciamanismo, alchimia) hanno tutte origine in una medesima tradizione naturale, astorica e universale, la conoscenza della quale non si contrappone alle tradizioni sociali e storiche, ma fa di queste uno strumento dell’individuo, anziché un mezzo per renderlo prevedibile e governabile.

Leggi/Stampa l’articolo completo di foto.

Il tantrismo, una psicologia naturale

di SELENE CALLONI

La parola tantra deriva da due temi: tan, che significa stendere e tra, liberare. I Tantra sono libri in cui si esplicita la stesura di metodi atti a conquistare la libertà. Il tantrismo è una filosofia pratica, una psicologia e una spiritualità naturale che ha per fine la libertà.

Leggi l’articolo su www.yoga.it

Meditazione e Yoga, la spirutualità del corpo

Rivista “Mutamenti” di Lugano 01/03/2005
Meditazione e Yoga, la spirutualità del corpo

Articolo di Selene Calloni comparso sulla Rivista “Mutamenti” di Lugano del marzo 2005 e sulla rivista “Amaranto”, Alba del marzo 2005

“Come il ferro, penetrato dall’elisir, non torna alla natura di ferro, così la mente, penetrata dal piacere, non torna alla natura del dolore”. Naropa. “Iniziazione, Kalacakra”, Milano, Adelphi, Milano, 1994, p. 344.

Naropa è l’autore di importanti testi di yoga tantrico, come il famoso Kalacakra, pubblicato in Italia da Adelphi con il titolo Iniziazione. Note sono anche le sue pratiche Yoga, conosciute come gli yoga di Naropa.
Lo yoga di Naropa partecipa di una visione sciamanica del mondo, propria di una umanità ancora impegnata alla conquista dell’ambiente naturale e al “confronto diretto”, “corpo a corpo”, con le potenze della natura. In questo “confronto” uomo e ambiente risultano realtà distinte ma non separate: lo spirito si riflette nella materia e la materia si conosce nello spirito, l’anima è corpo e il corpo è anima.
La natura vergine, che dà visione di cime montuose imponenti, di spazi sconfinati, la natura impervia e potente, mostra all’uomo la forza e le vastità della sua anima.
Nella tradizione sciamanica-tantrica macrocosmo e microcosmo, geomanzia e spiritualità coincidono, le forze elementari ostili dell’ambiente e le forze oscure dell’inconscio umano sono i due aspetti di una medesima realtà.
Nello yoga tantrico la conquista delle potenti energie inconsce celate nell’uomo e il dominio del territorio appaiono un medesimo cammino: cogliere il segreto della materia è raggiungere l’essenza dell’anima e viceversa. A ciò servono le pratiche yogiche.
Cammino decisamente controcorrente, lo yoga tantrico utilizza, quale mezzo di realizzazione, i limiti che l’individuo, sulla base dei comuni valori di salute/malattia, benessere/malessere, vantaggio/svantaggio, tende a voler curare, e presto insegna che – per dirla con le provocatorie parole di un grande filosofo moderno -”Le turbe, le vergogne, le paure da cui le terapie religiose o profane vogliono liberarci, costituiscono un patrimonio di cui a nessun prezzo dovremmo lasciarci defraudare. Dobbiamo difenderci dai nostri guaritori e, a costo di perirne, preservare i nostri mali e i nostri peccati”. E. M. Cioran, La tentazione di esistere, Milano, Adelphi, 1984, p. 94.
Così, rinunciando alla corsa al consumo di modelli terapeutici e religiosi, che in abbondanza il mondo vende e molto spesso offre in saldo, lo yogin si pone silente e immobile all’ascolto di sé e di ciò che nel suo corpo è, esattamente così com’è, nel momento in cui è, consapevole che non esiste guarigione, poiché non c’è nulla che debba guarire e non esiste alcun cambiamento, poiché non vi è nulla che possa cambiare, nascere o morire.

“Se non si ha l’intuizione profonda che non esiste alcun conseguimento spirituale da ottenere, qualsiasi sforzo si faccia con il desiderio di ottenerlo,non sarà possibile raggiungere la liberazione”. Ma Gcig Canti Spirituali, Milano, Adelphi, 1995, p. 75.

Meditare, in una visione tantrica, significa porre attenzione a tutto ciò che è, ed essere felicemente se stessi, liberati dalla sensazione che possa esistere il meglio e il peggio, il superiore e l’inferiore. La meditazione è, dunque, per dirla con le parole di un altro grande filosofo moderno, – imparare ad amare se stessi di un amore sano e salutare: tanto da sopportare di rimanere presso se stessi e non andare vagando in giro.- F. Nietzsche Così parlò Zarathustra, Milano, Adelphi, 1968, p. 227.
Stare bene, percepire noi stessi e la nostra realtà con piacere, essere rilassati, aperti, ricettivi, padroni del corpo, dell’alimentazione, del nostro tempo, delle azioni che intraprendiamo, di quanto ci accade, in un’espressione essere felici, ci appare, in un mondo a cui piace sentirsi duro e greve, come il più grande atto rivoluzionario che possiamo compiere.

Il nostro piacere dipende dalla qualità della nostra percezione.

Uno spirito abita le profondità dei nostri corpi e delle nostre anime, è la dea della bellezza. La dea sfugge ai nostri valori, per tentare di raggiungerla dobbiamo sovvertire l’ordine stesso dei nostri significati.
La gerarchia dei valori di vantaggio e svantaggio, bene e male, vero e falso è l’ordine sociale che abbiamo incorporato: senza una gerarchia interna nessuna gerarchia esterna sarebbe possibile.
La ragione è quella funzione della mente attraverso la quale stabiliamo le regole del vivere insieme, creando gerarchie di valori e significati.
I significati che la ragione attribuisce agli eventi sono finalizzati al rinforzo della collettività.
Così, quando un uomo si mette in cerca della propria salute, del proprio vantaggio, del proprio benessere a mezzo della propria ragione, in realtà insegue ciò che è più salutare, più utile e benevolo alla collettività, non a se stesso.
Che il benessere della società e delle istituzioni corrisponda alla felicità dell’uomo questo mi pare ormai appurato essere falso.
Noi non siamo batteri, forse non eravamo neppure fatti per vivere in colonie, alcuni di noi certamente sono solitari come aquile e non amano volare a stormi.
Ammesso che davvero vogliamo farlo, di certo non possiamo raggiungere la dea a mezzo della ragione.
L’oggetto della scienza è il problema della conoscenza, non il tema della felicità.
Non dobbiamo confondere la sopravvivenza con la felicità.
Felicità è piacere, bellezza: è dea immortale, non c’entra con quell’epico tentativo di fuga dalla morte che è la cultura. Cultura è tormento, vocazione all’infelicità.
Ma la mente razionale non è la sola che abita questo pianeta Terra, c’è una mente nel nostro cane e c’è pure negli alberi e nei fiori, c’è una “mente dell’atomo”. Quella mente non logica possiamo definirla mistica, essa non ha bisogno delle parole per funzionare, possiamo chiamarla mente immaginativa, estetica, contemplativa e creativa, in essa non ci sono perché, ci sono solo scelte e il soggetto pensante non è la vittima ma il creatore della sua realtà.
Meditare, nella visione tantrica, è centrare la coscienza tra le sue due opposte facoltà di pensiero, senza mai aderire a nessuna di esse in modo severo. Essere centrati è una condizione dinamica, non statica, una danza leggera tra gli opposti.
Il razionalista e il mistico sono in noi, ma la dea della bellezza è infedele ad entrambi per vocazione divina.
Gli dèi sono infedeli e illogici; già questo dovrebbe bastare a farci sospettare dei valori che abbiamo assegnato ai nostri principi.
Gli dèi sono irrazionali, infedeli e bugiardi e noi, a furia di professare le regole della buona condotta, ce li siamo lasciati scappare.
Fare “i bravi ragazzi” non era una nostra inclinazione naturale, per riuscirci abbiamo dovuto ricorrere alle religioni sociali. E, a mezzo di queste, calare il divino nella storia, rendendo le nostre regole, le nostre morali, le nostre leggi eterne e universali.
Abbiamo creduto nella nostra bontà, l’abbiamo voluta con tutte le nostre forze, ma il risultato che, a tutt’oggi, abbiamo sott’occhio non è gratificante.
Però noi, infaticabili eroi del bene, più creiamo l’inferno su questa terra e più crediamo nel paradiso o nella buona rinascita e, ovviamente, in tutti quei valori di bene e male che ce li farebbero guadagnare.
Non siamo batteri, la divisione tra buoni e cattivi non rispetta la nostra natura.
Dobbiamo essere chi siamo. In questo senso non siamo stati abbastanza razionalisti e materialisti. Avremmo dovuto accettare, a mezzo della ragione, che il nulla è ciò che ci attende.
Solo pensando di essere un nulla che va verso il nulla avremmo potuto risolverci a vivere l’impressione di essere qualcuno in modo divertito, anziché prenderci sul serio. Invece, incapaci di rinunciare all’idea di noi stessi, ci siamo arenati nella metafisica, divenendo grevi e opprimenti.
Essere chi siamo fino in fondo: razionali fino in fondo e mistici fino in fondo senza prendere né il razionalista né il mistico in noi mai sul serio: questa doveva essere la condizione che piaceva alla dea.
Ma l’individuo ha necessità di inventarsi uno scopo diverso rispetto a quello di vivere.
Quando i valori delle grandi religioni storiche entrano in crisi, nasce una religione salvifica moderna: psicoterapia e new-age, con una varietà incredibile di proposte per il benessere, la salute e l’illuminazione.
Davvero l’individuo ha necessità di un credo, che riguardi la sua anima o il suo corpo, e di teorie da condividere con le sue idee o con i suoi muscoli.
La libertà in questo mondo è un evento scandaloso e indecente, proprio per ciò essa e cosa desiderabile.
Nello yoga la libertà è cosa fisica, ha l’evidenza di un fatto. Chi pratichi uno yoga sa che la libertà è un evento muscolare, perché la morale convenzionale e i suoi condizionamenti sono fatti corporei, stati del sistema percettivo, umori delle carni, condizioni dell’essere nel mondo.
Questo corpo, che è anima, non ha tanto bisogno di addestrarsi, quanto di ascoltarsi, poiché è da se stesso che esso impara.

Ascoltare il corpo liberi da ogni interpretazione del corpo è finalmente porgere l’orecchio al richiamo dell’anima.
Lo yoga tantrico insegna che gli organi del corpo, al pari delle montagne dei fiumi e dei mari, sono dèi, dèmoni, spiriti immortali. Come dimenticare il titolo dell’importante libro di Mircea Elide che, in tre parole, riassume il carattere del cammino dello yogin: ” Lo Yoga, immortalità e libertà”. (Mircea Elide “Lo Yoga, immortalità e libertà”. Milano, Bur, 1973).
E come ignorare il bellissimo brano di quel breve e incisivo testo tantrico, la Shiva Samita:
In questo corpo c’è il Meru (il monte sacro che viene identificato con l’asse cosmico) circondato da sette isole, vi sono sette fiumi, mari, monti, campi e proprietari di campi. Ci sono “rsi” (saggi) e “muni” (asceti), tutte le stelle e i pianeti, i sacri “tirtha” (santuari), i “pitha” (luoghi sacri) e le divinità protettrici dei “pitha”.
Vi si muovono il sole e la luna, autori della creazione e della distruzione. Vi sono anche l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra. Shiva Samita, Torino, Promolibri, 1990, p. 15.
Trovata la libertà nel corpo, lo yogin scopre che il mondo con i suoi condizionamenti incessantemente si ricrea nelle sue carni, perché la libertà possa essere sempre affermata. La libertà è, infatti, libertà da qualche cosa e ha necessità di un mondo che libero non sia. Trovati gli dèi immortali, lo yogin incontra la morte come suprema affermazione dell’immortalità dello spirito, raggiunto il piacere e la realizzazione, sempre lo yogin riassorbe in sé il dolore e il buio come affermazione del proprio essere sacro.
Accogliere in sé la notte e la tempesta, come fa la natura, assimilarle, significa cessare di esserne succubi e scoprire che, con i dèmoni e gli dèi si possono stringere rapporti d’amicizia, d’alleanza, d’amore e che la condizione di vittime dei nostri affanni non è la sola possibile.
Non c’è soluzione al limite, esso rappresenta il sacro. La tragedia è, di tutti i generi letterari, la più autentica rappresentazione della psiche umana… tuttavia, nell’accadere stesso delle cose, sempre si rivela agli occhi resi attenti del meditante la possibilità di vivere il dolore come una forza o un potere.

Lo Yoga sciamanico

Auraweb 07/01/2005
Lo Yoga sciamanico. Intervista a Selene Calloni

Come è avvenuto il Suo incontro con lo Yoga?

“Avevo diciannove anni, avevo appena terminato il liceo. Mi trovavo nello Sri Lanka dove mi ero recata a seguito di una proposta di lavoro. Mi era stato affidato un incarico da una compagnia italiana che stava costruendo un villaggio turistico a sud dell’isola.

“La compagnia aveva bloccato i lavori, sia per la situazione politica dell’isola, assai travagliata dai conflitti interni, sia per la mancanza di liquidità . Tuttavia, i soci titolari del progetto, temevano che, lasciando il cantiere abbandonato, il governo dello Sri Lanka decidesse di nazionalizzare l’area, così decisero di mantenere sul posto una “presenza straniera”.

“Io incarnai quella “presenza straniera” per oltre sei anni, durante i quali ricevetti un modesto stipendio ed ebbi tempo a disposizione per apprendere la disciplina yoga.

“Il destino, infatti, volle farmi incontrare, fin dai primi tempi del mio soggiorno in Sri Lanka, una persona assai introdotta nello studio e nella pratica dello yoga, un ricercatore dei cammini iniziatici. Si chiamava Michael Williams ed era un professore, ormai in pensione, di lingua e letteratura inglese all’Università di Matara.

“Le conoscenze di Michael spaziavano dallo yoga al tantrismo, alle tradizioni sciamaniche, ma avevano nello Yoga Integrale di Sri Aurobindo il loro cuore pulsante. Molto caro era, infatti, a Michael l’insegnamento del grande maestro.

“Per sei anni ho frequentato l’Oriental Yoga Academy di Colombo, la scuola che Michael stesso aveva fondato e che si ispirava al suo esempio. Inoltre, insieme a Michael, ho “toccato con mano” la tradizione sciamanica dell’isola.

“Quando il mio incarico di lavoro è terminato, poichè l’area del cantiere è stata venduta a una società cinese, sono rientrata in Italia.

“Mi sono rimessa a studiare e mi sono laureata in psicologia con una tesi dal titolo “La psicologia pratica nello Yoga Integrale”. Oggi, a oltre vent’anni di distanza dal mio primo incontro con lo Yoga, ho fondato a Lugano, in Svizzera, la Società di Nonterapia.

“L’idea della nonterapia mi è venuta chiacchierando amichevolmente, durante una cena, con il celebre psichiatra e filosofo americano James Hillman e, di lì a poco, quell’idea si è precisata grazie all’incontro con un altro grande maestro dei nostri tempi, il teologo Raimon Panikkar. Micheal Williams, James Hillman, Raimon Panikkar rappresentano tre presenze fondamentali nello sviluppo della mia visione interiore.

“Anche se, alla fine, siamo solo noi che possiamo tutto fare e tutto distruggere dentro noi stessi e nelle nostre vite, tuttavia, a volte, il nostro destino assume l’aspetto di un volto per avere più carattere e poter meglio evidenziare il proprio significato.

“Io credo nell’archetipo del maestro e non nutro l’illusione che una persona umana possa incarnare quell’archetipo. In altre parole il maestro non è in nessun luogo, se non all’interno di noi.

“In un mondo in cui dilaga l’ansia della guarigione, in forme scientifiche o creative, la nonterapia è l’arte di vivere la propria bellezza; la quale è anche turba, limite, peccato, fragilità e mancanza. Amare se stessi: questa è la sfida della nonterapia. Provare piacere nell’interpretare se stessi è la rivoluzione più positiva che si possa compiere.

“La nonterapia rivaluta l’esperienza spirituale, artistica, filosofico-estetica quali strumenti del benessere e della realizzazione personale, per questo propone lo studio e la pratica della spiritualità “senza confini” e riconduce la realtà oggettiva ai domini dell’immaginazione, ove tutto è una questione di stile e nobiltà d’animo. La terapia diviene nonterapia quando al problema della normalità si sostituisce, con coraggio, il tema della felicità “.

Il Suo libro si intitola “Yoga Sciamanico”. Qual è il fil rouge tra lo Yoga e lo Sciamanesimo?

“Lo sciamano è il guaritore, ma il guaritore è, come il maestro, un archetipo che mai si incarna totalmente nella realtà ; esso è dentro e non fuori di noi. Questa conoscenza è il cuore di tutte le tradizione sciamaniche del mondo.

“Nella nostra società , spaventata dalle proprie ombre, anche lo sciamanismo è divenuto fenomeno di consumo a mezzo di quella terapia che vuole essere soluzione, senza essere comprensione e assimilazione del limite, del disturbo, del dèmone. Ecco perchè la nonterapia si definisce una “alternativa alla terapia” e non una “terapia alternativa”.

“Lo sciamano archetipico è Shiva, il Beato Tremendo o Gran Tremendo, come lo definisce Abhinavagupta, autore del Tantra Loka.

“Shiva, che è la divinità più antica che l’umanità conosca, incarna, al tempo stesso, lo sciamano e lo yogin archetipico: il guaritore e il maestro. In quanto guaritore Shiva è simultaneamente il dèmone della malattia e in quanto maestro egli è anche l’oscurità del mistero e il caos dell’origine.

“Lo yoga sciamanico è lo yoga originario. Essendo il frutto di un’umanità antica e spontaneamente sciamanica, lo yoga è nato come yoga sciamanico e, ovunque lo yoga sia autentico, esso riconduce l’uomo a un sapere antico e naturale, che è certamente definibile sciamanico.

“Da tempo, ogni anno, e anche più volte l’anno, mi reco in Sri Lanka, in Tibet, in India, in Egitto e in altri luoghi del mondo – nel 2005 sarà anche a Santiago di Compostela – portando con me persone desiderose di sperimentare la spiritualità senza confini come alternativa alla terapia e come via per la crescita e la conoscenza interiore.
Il pellegrinaggio spirituale è uno dei molti strumenti, di natura sciamanica, a disposizione di chi voglia affrontare i dèmoni, i limiti, in modi non violenti.

“Chi viene con me non viaggia nei “circuiti turistici”. In Sri Lanka o in Birmania vive giorno e notte nei templi della foresta dei monaci theravada eremiti, praticando con essi la meditazione e la via della Presenza Mentale; in Tibet pratica lo Yoga del Calore e i Sei Yoga di Naropa, in Egitto o nello Yemen danza le danze estatiche sulla sabbia, sotto il cielo stellato del deserto, o raggiunge le piramidi a cavallo nella notte.

“I ngakpa, gli sciamani del Tibet, passano la loro intera esistenza in un pellegrinaggio continuo nel quale circumambulano i luoghi di potere del Tibet Sacro, che essi si raffigurano come il corpo sdraiato di una demonessa.

“Anche in Svizzera o nei monti Simbruini, non distanti da Roma, o nel parco della Lessinia, nei dintorni di Verona, o in Umbria, in Sicilia, in Sardegna, in Piemonte, in Francia e in Spagna, ci sono luoghi di potere, grotte e foreste magnifiche in cui è possibile effettuare ritiri di due o tre giorni per praticare meditazioni e tecniche psicofisiche che vivificano mente e corpo aprendoci a nuove prospettive di vita e consentendoci di dare agli eventi quotidiani un’interpretazione più serena e coraggiosa.

“Il mio mestiere, nell’ambito della Società di Nonterapia, è organizzare e condurre, insieme ad altri esperti di discipline spirituali e di tecniche ad approccio olistico – dallo Zen alla meditazione cristiana, buddista, sufi, alla psicologia del profondo, alle danze estatiche – esperienze di guarigione e di autosservazione che hanno una forte impronta sciamanica.

“Inoltre, a Lugano e a Napoli, insegno presso il F.a.r.o. (Percorsi di Formazione e Approfondimento per Ricercatori Olistici), la scuola di formazione che ha come metodo l’esperienza diretta.

“Il Percorso Faro conduce al Diploma Faro, il Master in Nonterapia, che consente di essere professionisti nel campo delle discipline ad approccio olistico e dello yoga, operando sia nella modalità delle sedute individuali, sia in qualità di animatori di gruppi, lezioni collettive e seminari”.

Cos’è il volo sciamanico e come lo si può sperimentare?

“E’ un’esperienza di coscienza ampliata e lo si può sperimentare a mezzo di una “tecnica dell’estasi”. Le cosiddette “tecniche dell’estasi” sono uno dei temi centrali della mia ricerca, da oltre vent’anni, cioè da quando questa è iniziata.
Oggi so, per esperienza, che il “volo sciamanico” è un percorso taumaturgico. Esso rappresenta il “rito di passaggio” e il rito della “morte mistica” a un tempo.

“Il “rito di passaggio” è l’esperienza rituale che, nelle società tribali, conduce il ragazzo verso l’età adulta, l’iniziazione che nella nostra civiltà si è perduta. Nel nostro mondo i più vivono come bambini smarriti in un mondo di adulti non comprensivi e incomprensibili, questo stato è fonte di incertezze, ansie e paure interminabili.

“Il rito della “morte mistica” è l’iniziazione alla dimensione del sacro, del “sacrificio”, dell’esserci inteso come darsi, offrirsi, dell’amare senza condizioni. Anche il significato di questa iniziazione oggi si è perso. Non è obbligatorio vedere la tristezza o la depressione come malattie da normalizzare, certi eventi bio-chimici e psichici della vita possono essere considerati momenti di passaggio, dai quali rinascere con nuove energie. Si può certo imparare ad affrontare in modo non passivo i momenti più cupi della nostra esistenza e a farne un preludio di una rinascita radiosa.

“Fin quando non saprai come morire e poi rinascere, rimarrai un viaggiatore infelice su questa terra oscura”. (Goethe).

“In qualità di animatrice di eventi e seminari di nonterapia, insegno le “tecniche dell’estasi” che sono tramandate nella tradizione dello yoga e del tantrismo shivaita-indiano e buddista-tibetano. E’ a mezzo di queste tecniche che si produce l’esperienza del “volo sciamanico”, che è l’ampliamento della coscienza oltre la gabbia delle convenzioni, le quali, se giovano alla civiltà , nuocciono all’individuo fintanto che egli non sia pienamente consapevole e in armonia con se stesso”.

Cos’è per Lei l’armonia?

“La ragione, che è lo strumento a mezzo del quale creiamo le convenzioni e organizziamo la civiltà, fonda valori di bene e male, piacere e dolore, vantaggio e svantaggio, superiore e inferiore, salute e malattia che sono finalizzati alla continuità della specie a mezzo della continuità sociale.

“La ragione è quella funzione della mente attraverso la quale stabiliamo le regole del vivere insieme, creando gerarchie di valori e significati. I significati che la ragione attribuisce agli eventi sono finalizzati al rinforzo della collettività.

“Così, quando un uomo si mette in cerca della propria salute, del proprio vantaggio, del proprio benessere a mezzo della propria ragione, in realtà insegue ciò che è più salutare, più utile e benevolo alla collettività, non a se stesso. Che il benessere della società e delle istituzioni corrisponda alla felicità dell’uomo questo mi pare ormai appurato essere falso. Noi non siamo batteri, forse non eravamo neppure fatti per vivere in colonie, alcuni di noi certamente sono solitari come aquile e non amano volare a stormo.

“Armonia è comprendere la ragione come un mezzo e salvarla, in quanto tra tutti gli strumenti a disposizione dell’uomo essa è sicuramente tra i più degni di essere salvato. Oggigiorno vivere in armonia è salvare la ragione, cessando di subire i suoi presupposti come fossero dei dogmi.

“L’armonia è per me la libertà dal dogma, è una funzione dell’intelligenza”.

Anna Poletti.

La meditazione guarisce l’uomo da tutti i mali

La Regione 09/08/2004
La meditazione guarisce l’uomo da tutti i mali

«Non abbiamo bisogno di medicamenti, la meditazione guarisce l’uomo da tutti i mali». A parlare è Gothatuwe Sunianaloka Thero, monaco Theravada del Forest hermitage di Habarhana in Sri Lanka, ospite fino a metà settembre di Holos International, associazione culturale no profit.
Lo abbiamo incontrato con Selene Calloni pochi giorni prima dell’incontro pubblico svoltosi mercoledì sera alla libreria Wàlti.
Resterà in Ticino fino alla metà di settembre.
Il monaco trasmette una serenità infinita.
Indossa un vestito di un bellissimo colorearancione.
Ha tinto lui stesso la stoffa regalatagli da persone che abitano a più di venti chilometri da dove vive, nella giungla, e fanno la fila per occuparsi di lui.
Ne possiede altri due.
Una ciotola di metallo usato per lecampane tibetane e un paio di sandali sono gli altri unici oggetti che gli appartengono.
Gothatuwe Sunianaloka Thero è un monaco della tradizione Theravada, la più antica dell’insegnamento buddista.
Una strada che lui ha scelto all’età di vent’anni, quando lasciò la famiglia, gli amici e tutto ciò che possedeva per andare da solo nella giungla a meditare.
Più della metà della sua vita l’ha passata inquesto modo.
Sorride quando gli chiediamoper quale ragione è venuto in Ticino.
«Sono stato invitato – risponde – e non potevopermettermi di rifiutare».
Ad invitarlo è stata l’associazione, spiega Selena Calloni di Holos International, che ci ha aiutato nella traduzione: «Lo abbiamo incontrato per “caso” nella giungla qualche anno fa.
All’inizio non voleva riceverci ma poi ha accettato di incontrarci e di meditare con noi.
Dopo averlo visitato altre volte è natal’idea di invitarlo. Ma non è stato facile.
Non possedeva i documenti, abbiamodovuto procurarglieli.
E per farlo venire inSvizzera abbiamo addirittura dovuto assumere un avvocato».
L’associazione si è impegnata davvero tanto per ospitarlo in Ticino perché il monaco è uno dei rappresentanti dell’insegnamento buddista più originario che, come lui stesso tiene a precisare, non è una religione, ma un percorso di conoscenza di sé.
Una strada lungo la quale «non sisviluppano attaccamenti a cose, oggetti e persone e nemmeno si mantengono legami familiari».
Gothatuwe SunianalokaThero è felice di parlare della meditazione vipassana. E riesce ad illustrarla non come un intellettuale che l’ha appresa dai libri, bensì come una persona che la pratica tutti i giorni. Anzitutto, la respirazione, che vaeffettuata, spiega il monaco, «cercando di fare in modo che l’aria entri dal centro del naso senza toccare le pareti esterne. Questo sistema consente di arrestare i pensieri svuotando la mente. Può apparire difficile, ma con la pratica il corpo lo applica automaticamente. Ciò ci permette di liberarci dalla schiavitù della mente che ci “tormenta” con idee e illusioni cheprovengono dall’esterno».
La meditazione è invece come un “viaggio” all’interno di noi stessi. Meditazione che prevede, prosegue Gothatuwe Sunianaloka Thero, «di calarci in 32 parti del corpo, dall’esterno all’interno, in modo da riuscire a scoprire come pensa’ il corpo». In questa pratica occorre però una certa disciplina, anche se si può giocare conlei.
«L’ideale – osserva il monaco – sarebbe di ritagliarsi un po’ di tempo ogni giorno (meglio se si riesce a farlo all’alba, quando il cervello “sboccia” e in un bosco in mezzo agli alberi). La pratica quotidiana oltre a regalarci una sensazione di grande benessere, rompe la ruota, la `samsara ; una sorta di ipnosi che ci ingabbia senza che ce ne accorgiamo». In questo modo, il nostro cervello si “apre” e riesce ad interrompere laroutine quotidiana.
Gothatuwe Sunianaloka Thero è scioccato da alcuni aspetti delle nostra società. In particolare, lo sorprende la rincorsa al benessere tramite i medicamenti.
Secondo lui, «il corpo non si ammala se si segue la strada del Budda. Anzi è felice.perché produce azioni virtuose».
Nella vita di tutti i giorni, secondo le indicazioni del Budda, bisogna evitare gli eccessi, senza compiere azioni che ti spingono a guardare al di fuori di te stesso.

A.R.